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Gianni Emilio Simonetti: il suono del silenzio

20 Marzo 2019
1.670 Views
di Cristina Ruffoni

Il controllo del “linguaggio” dell’arte è ciò che garantisce nella società virtuale l’involucro sociale della forma dello spettacolo.
Gianni Emilio Simonetti

L’artista e teorico Gianni Emilio Simonetti continua, ancora oggi, a mettere a fuoco il dilemma dell’arte del ‘900 fra ricerca di essenzialità e consumo, fra istanze rivoluzionarie e l’incombente dominio dell’economia. “L’esca del valore nei regimi mercantili è più velenosa della bellezza”.
Per arginare “le forze astratte del potere, la perdita di senso, la distruzione dei linguaggi”, con un impeto di nostalgia per l’autenticità, Simonetti da sempre fa appello e ricorso alla poesia, per sconfinare nell’utopia, riducendo allo zero l’artificialità del linguaggio artistico. Non è un caso che, come protagonista di Fluxus, il ragionamento svolto da Gianni Emilio Simonetti trovi un riscontro in quello di un altro esponente, Robert Filliou, quando scrive di Economia poetica elaborata a partire dalle motivazioni e dai valori autentici dell’artista: l’innocenza e l’immaginazione da una parte, la libertà e l’integrità dall’altra.
Quello che, in parte, ha contribuito a salvaguardare una dimensione radicalmente autonoma di Fluxus è stata una visione che comporta “il rigetto dell’idea che l’individuale possa avere un’identità separata dal rapporto sociale” e che corrisponde come sede ideale della performance alla forma dei festival e il frequente scambio dei ruoli.

FluxFood Concert in Venice – dicembre 2014, Palazzo Mora, Veneria

La stessa articolazione del gruppo si presenta in Gianni Emilio Simonetti, nelle sue performance e nei concerti con giovani studenti, suoi fedeli collaboratori e discepoli, in una esperienza egualitaria, che ricorda lo spirito di cooperazione di Maciunas e la condivisione degli insegnamenti di John Cage, da parte di molti esponenti di Fluxus nella New School of Social Research di New York. Con Cage Simonetti collabora e condivide teorie e pratiche, essendo assertori entrambi che il caso sia un uscire dal nulla, un accadere dell’esistenza e parallelamente critica sostanziale all’assolutismo degli immutabili e alle convenzioni formali, un’apertura vitale a tutto ciò che quotidianamente ci circonda, mettendo in crisi la concezione dell’opera come proseguimento dell’io. Era quello il clima “sperimentale” in atto, in un totale rinnovamento sociale, politico e di costume.
Ancora oggi, attraverso il suono delle azioni delle sue performance e con le immagini un po’ decalcomanie e un po’ figurine illustrate dei suoi collages, Simonetti non smette d’insistere su questa modificazione della percezione, sottolineando non la novità delle cose, ma il continuo cambiamento del nostro punto di vista.

FluxFood Concert in Venice – dicembre 2014, Palazzo Mora, Veneria

Il tempo e lo spazio non sono più quelli dell’esperienza dei corpi, ma una dimensione fluida, di luce, che scorre nel monitor. Un soggiogamento ipnotico che si stabilisce con lo spettatore. Per Gianni Emilio Simonetti, “la società mercantile, del resto, ha in sé il potere di assoggettare l’individuo alle merci che appaiono capaci di dare un valore alla vita corrente, grazie al loro natura di feticci” e l’artista si domanda: “Come non vedere che nella post-modernità le forme psicopatologiche sono sempre più modellate sulle forme economiche?”. È ancora da interpretare il modo di procedere dell’inconscio se l’immagine offerta dai media lo descrive e lo rappresenta, nel flusso condensato delle immagini e nel loro spostamento in nessun luogo e in nessun tempo? Di fronte a questa universale dislocazione, Simonetti ci induce a riflettere che forse il modo con cui continuiamo a pensare l’uomo nell’età tecnica non funzioni più. Su questo dilemma, bisogna essere disposti a rinunciare alle nostre radicate convinzioni. Ma come riconoscere il luogo del cambiamento? Il luogo della disobbedienza?
“Il luogo della rivolta? È dove, dietro l’impréve, la vita corrente si misura con la jouissance e l’avventura. I rivoltosi sanno riconoscere l’imbroglio del ‘parlare annunciativo’ delle teorie politiche. Sono per via, profughi della vita corrente”. Anche Rimbaud, a cui piacevano i dipinti idioti, sovrapporte, scenari, teloni di saltimbanchi, insegne e illustrazioni popolari ha scritto: “Bisogna essere proprio un accademico, più morto di un fossile, per compilare un dizionario, di qualsiasi lingua”.

In relazione alla famigerata “Imagery landscape” n. 4 per 11 apparecchi radiofonici di Cage, anche nella sua performance alla spazio Lavitt di Varese la radio viene accesa e in sintonia a caso, sincronizzata e dei rumori apparentemente casuali della vita. Così si rende possibile la parità tra suono e rumore? E anche tra suono e gesto, parola e azione?
È l’arazzo intitolato “Oh poor Yorik!”, io e i miei ragazzi (sic) abbiamo eseguito “Water Walk”, usandolo come sfondo. La parità che elenca alla fine della prima domanda mi ricorda che in principio era il verbo, vale a dire la Jouissance. In ogni modo diffido delle dicotomie.

John Cage nasce a Los Angeles nel Pacifico e guarda al Giappone e all’India. Il suo incontro con Suruku maestro del Buddismo Zen è determinante per sganciarsi dal soggettivismo europeo. Quali sono invece i suoi riferimenti che rimandano il suono autonomo ma anche catalizzatore per mezzo del caos di energia vitale?
Riferimenti, riferimenti: le basta Erik Satie?

“Un happening è meglio nella misura in cui è maggiormente assimilabile alla vita”, dichiarava Cage, che fin dal 1952 s’interessa al coinvolgimento collettivo per la realizzazione della performance. A questo proposito, cosa intende per “fallimento delle illusioni dell’arte per via dell’artificazione”?
Sull’artificazione, può vedere il mio testo nel libro “Attraverso la notte” (Il Canneto Editore, Genova)

Nonostante la proclamazione del superamento dell’arte, Guy Debord rimane fedele fino alla fine alla poesia e in particolare al cinema. La sua esperienza come regista continua ancora oggi?
Non faccio cinema perché sono povero.

Senza titolo, su tela fotosensibile,1970

Definisce il collage l’unica tecnica che conosce, possibile per le sue opere, capace di far emergere l’in-figurabile come l’altra faccia della rappresentazione. Cosa intende esattamente? Anche il grande artista americano Joseph Cornell con le sue scatole e il suo cinema sperimentale ha esercitato un’influenza sui Fluxus e il suo lavoro?
Con Cornell ero in contatto epistolare, ricordo che abitava in Utopian Blv, mi regalò un piccolo collage…a proposito, uso il collage perchè sono pigro.

Preferisce collaborare con i suoi allievi, con giovani artisti e performers durante i suoi happening e concerti?
Lavoro il più possibile con i giovani, perchè diffido dei vecchi.

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