I paesaggi prediletti di Franco Albini

20 Marzo 2019
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di Cristina Ruffoni

“Alla base dell’Architettura è sempre un problema morale: alla base del nostro mestiere non ci sono che doveri. Dalla presa di coscienza dei problemi, e soltanto da qui, l’architetto potrà trarre le forme che aderiranno ai modi di vita della sua società. Dalla presa di coscienza di problemi egli trarrà l’invenzione di nuove forme, che genereranno nuovi modi di vita”.

Franco Albini

Dalla fine della seconda guerra mondiale fino al boom economico degli anni ‘60, è nella ricostruzione architettonica, in un nuova visione del contesto urbano e del nascente design, che, in un’Italia ancora molto conservatrice e per certi aspetti provinciale, il razionalismo riesce ad aprirsi un varco e cambiare la mentalità del progettare ed immaginarsi una città diversa, al passo con i cambiamenti sociali, culturali e di costume. L’architetto Franco Albini, (Como 1905, Milano 1977) rimane uno dei massimi esponenti di questa prospettiva in cui arte libera e attivitá industriale, pur situate ai poli opposti, possono dar luogo ad una nuova unità.
Non è un caso, che il giovane Franco Albini collabori con l’architetto più visionario e rinascimentale del Novecento, Giò Ponti. È con il suo incoraggiamento e il suo esempio che sviluppa fin dall’inizio un metodo di progettazione e invenzione basato su un rigore sistematico, sulla contaminazione fra ambiti culturali diversi e su un continuo interscambio tra la forma e la vita. È nell’impegno e nella ricerca verso l’edilizia popolare, in un sodalizio dal 1952 con la geniale Franca Helg, che Franco Albini avanza con chiarezza la tesi dell’utilizzo dell’architettura come via per modificare le condizioni di vita non solo sotto l’aspetto materiale, ma nel senso della realizzazione dei desideri profondi degli uomini. Per raggiungere l’obiettivo di una nuova civiltà urbana, occorre affiancare all’inquadramento teorico una sperimentazione effettiva. Uno dei massimi esempi in questo senso, un modo di conoscenza e un mezzo di agire, sarà la realizzazione della Metropolitana milanese (1964) con l’apporto fondamentale della segnaletica di Bob Noorda, il quale si è sempre opposto e ha voluto contrastare la tendenza ad ancorare le persone a determinati punti della città e la frammentazione sociale provocata dalle nuove tecnologie mediatiche, come la televisione.
È nella scelta dei materiali, nella costante del modulo e nell’uso dell’assimetria, che Franco Albini raggiunge una sintesi delle possibilità espressive, in particolare nell’utilizzo del tubolare e della diagonale, come nella Libreria il Veliero, una struttura, capace di rappresentare plasticamente il pensiero. Analogamente Ettore Sottsass Jr. afferma nel 1957 che “Tutte le possibilità espressive del mondo plastico devono contribuire alla creazione di una nuova e finalmente vera ‘struttura’ che non è più l’insieme dei pilastri e delle travi a reggere la costruzione ma la struttura di uno spazio intenso, modulato, aperto e continuo”.

Franco Albini

La Fondazione Franco Albini, come quelle di Vico Magistretti e di Achille Castiglioni, che considerava Franco Albini uno dei suoi maestri, non è certamente un museo concluso, di sola conservazione, autocelebrativo e di commemorazione, ma sede di uno studio operativo di progettazione e soprattutto un centro di ricerca e un archivio aperti alla didattica e alla divulgazione, con un particolare interesse di coinvolgimento verso i bambini e giovani studenti e ricercatori, ma anche curiosi appassionati, attraverso visite, incontri, mostre e proiezioni. L’idea di Franco Albini di una conversione della tradizione con un’arte vivente in cui coesistono materia e desiderio, mito e scienza, forme ancestrali e metodo sperimentale, continua, nonostante l’appiatimento dell’omologazione globale, ad esercitare una fascinazione e un incitamento a proseguire nell’evoluzione dell’arte.

Franco Albini, proprio come Achille Castiglioni, nel progettare rimane fedele alle necessità della quotidianità: nessuno spreco, sottrazione rispetto alle apparenze, adattabilità delle forme alla funzione, pluralità delle esigenze e dei bisogni, senza perdere di vista i cambiamenti di una città destinata a crescere e a diversificarsi. Sempre partendo dal dettaglio, dal micro cosmo, anche quando si tratta di passare dalla lampada agli agglomerati urbani, è sufficiente ricordare l’invenzione che ha anticipato i tempi, dei suoi tavoli e sedie che si scompongono e assemblano. Il suo esempio, cosí diverso, come s’inserisce oggi rispetto ad alcune archistar concentrate sul monumentale e sulla spettacolarizzazione?
“Un prodotto per avere successo nel tempo non deve essere un prodotto di moda, legato a un gusto contingente ed effimero ma deve essere ‘giusto’ ed avere anche un valore espressivo permanente […] La causa per cui un oggetto passa di moda sta, in parte, in quella politica di produzione che provoca mutamenti di gusto per accelerare il rinnovarsi del proprio mercato. Secondo me, soprattutto per i mobili, un’impostazione di produzione con questo carattere è dannosa.” Franco Albini
I progetti dell’architetto milanese sembrano sottolineare il suo disinteresse per la spettacolarizzazione e per le mode del momento, ma piuttosto per la costruzione di un sistema di formazione di una generazione di progettisti, corretti e socialmente indirizzati. Il metodo di lavoro come sistema di controllo o riduzione all’essenziale.

Lo Studio Albini Associati (con il figlio Marco e il nipote Francesco) si occupa anche di museografia e allestimenti, come l’esposizione dedicata a Giulio Romano nel Palazzo Ducale di Mantova. Si può conciliare ed esaltare il patrimonio dell’arte antica attraverso un’interpretazione attuale e con criteri internazionali mantenendo la vostra identita?
La ricerca nel campo della museografia sul rapporto tra opera d’arte e spazio architettonico e sul reale del museo alla ricerca di una nuova identità rappresenta uno degli elementi di riconoscibilità di una scuola e di un lavoro che è sempre riuscito a coniugare la tradizione con l’innovazione, la cultura scientifica con la cultura umanistica, la tecnica con l’estetica. Con l’allestimento della Pinacoteca all’interno della Manica Nuova del Palazzo Reale di Torino, ad esempio, si è voluto ripristinare i criteri progettuali di base del progetto originale.
Il nuovo percorso espositivo della Galleria Sabauda diventa un espediente per un ‘ritorno al passato’ senza rinunciare agli accorgimenti tecnici del nostro tempo. Il sistema allestitivo costituisce una seconda pelle di rivestimento delle sale mediante pannelli sospesi e scorrevoli tramite binari a soffitto, che possono a piacimento dividere alcune aperture e modificare l’assetto e la sequenza dei dipinti. Questo sistema consente un adattamento nel tempo, secondo criteri d’ordinamento mutevoli e flessibili. Anche le didascalie di ogni singola opera sono disposte su pannelli espositivi sospesi, lasciando allo sguardo dell’osservatore la libertà di spaziare lungo il percorso espositivo.

L’architetto Italo Rota sostiene che nel nostro Paese non ci sono più risorse e neppure spazio sufficiente per edificare nuove strutture ma bisogna sfruttare e recuperare quello che già esiste, usando materiali differenti rispetto al cemento. Qual è la vostra posizione in merito? Uno dei vostri principali obiettivi rimane il recupero del patrimonio artistico?
Sicuramente sì. Ne é un esempio il progetto per l’ex monastero di Santa Maria Assunta in Cairate che ha avuto come fine la ristrutturazione, la conservazione, il restauro e la trasformazione del complesso monumentale in albergo, ristorante, auditorium, spazi espositivi, uffici e biblioteca.
Recupero e nuove costruzioni trovano qui un equilibrio tra passato e futuro. Il caso di Cairate è quello di un monumento che nasce stratificato nel tempo, dove i vari strati sono così forti da risultare difficili da risolvere e interpretare in un discorso unitario. Bisogna far sì che la storia resti visibile, nelle sue stratificazioni e che l’intervento moderno sia un’aggiunta, il più possibile leggera e riconoscibile come uno dei segni.

Logistic-Servicecenter Rolex, Milano

L’uso di nuove tecnologie da una parte e dall’altra l’attenzione a un rispetto all’ambiente con materiali ecosostenibili, in relazione a un risparmio energetico e di garanzie di sicurezza, si può conciliare con la storia e la filosofia della fondazione e l’operatività progettuale dello studio?
La lezione di metodo che Franco ha lasciato con le sue opere e con il suo approccio al lavoro è portato avanti ancora oggi perseguendo valori di modernità e innovazione. Non si tratta di continuità di stile, termine che lo stesso Albini non amava, ma continuità di metodo, di un modo di lavorare che procede di pari passo. Non imitazione delle forme quindi ma coerenza progettuale, che presuppone uno specifico atteggiamento nei confronti del mondo e di se stessi.
Un esempio del rinnovamento del linguaggio figurativo tramite lo studio dei materiali e le nuove tecnologie e dell’importanza del dettaglio come valore progettuale che conduce dal particolare al generale é il progetto per il nuovo centro servizi Rolex Italia a Milano. La trasparenza schematica ideata per la facciata crea differenti relazioni tra spazi interni ed elementi esterni. Lo studio ha elaborato una struttura innovativa di colonne portanti interposte tra facciate in vetro e una tecnologia doppia pelle di frangisole: un doppio vetro stratificato alternato a una lastra di acciaio perforato di un millimetro di spessore, rimando progettuale all’acciaio utilizzato per la indicazione degli orologi del marchio. Esempio di quell’artigianato ‘romanolizzato’ che si esprime nelle minuziosa precisione con cui sono progettati i frangisole e gli schermi verticali di questo edificio, motorizzati in modo da combinare automaticamente angolazione con lo spostarsi del sole. Nulla è lasciato al caso.

Poltrona Margherita, Franco Albini con Gino Colombini, Bonacina 1955

La leggerezza avvolgente della poltrona Margherita in vimini e bambù, (1950-59 produzione Vittoria Bonacina) rimane un archetipo poetico e passionale, con un’originalità in bilico tra tradizione ed esotismo, che sembra allontanarsi dalla radicalità del razionalismo, come lo stesso Le Corbusier aveva sconfessato alla fine della sua vita, per recuperare una morfologia ancestrale. Franco Albini riassume e risolve questo conflitto formale ed etico?
Alla lX Triennale di Milano, Franco Albini insieme a Gino Colombini e Enzo Sgrelli, che cofirmano i progetti i progetti esposti, partecipa alla sezione “Mostra dell’arredamento e dei mobili isolati” con una serie di elementi d’arredo commissionati da La Rinascente-UPIM di Milano. Compone così un gruppo di singoli pezzi molto diversi tra loro ma combinandoli con estrema libertà e leggerezza. Sono ciascuno il risultato di un percorso di studio sui materiali, su alcune tecniche, su diverse tipologie e su certe forme che Albini da più di un decennio sta ricercando e verificando. La costruzione a gobba conferisce alla poltrona Margherita, ma anche a Gaia con la sua elasticità, un comodo appoggio per il corpo, e con la trasparenza un aspetto di leggerezza. Il sistema strutturale è a vista e non ha bisogno di alcun rivestimento. Anche grazie all’insegnamento di Pagano, Albini dimostra di aver saputo riconoscere l’importanza e la nobiltà della tradizione popolare, rileggendo in modo creativo la tecnica artigianale dei cestai.

Il tavolino Cicognino (produzione Carlo Poggi, 1953), con il ripiano separabile per utilizzarlo come piano d’appoggio, ricorda il senso ludico ma anche lo spirito pratico che caratterizzava il gruppo di architetti e designer milanesi: Castiglioni, Enzo Mari, Mendini e Sottsass che operavano e si confrontavano allora. Le aziende che producevano stavano in provincia, basta pensare ad Alessi. Come è cambiato il rapporto tra inventore/progettista e produttore/distributore?
All’elaborazione del metodo progettuale di Franco Albini ha senz’altro contribuito in modo importante il costante dialogo e il confronto con l’artigiano Roberto Poggi, soprattutto sui dettagli e sui particolari. “L’incontro con Albini è stato per noi determinante; era ciò che cercavamo ed è proseguito per 27 anni di lavoro insieme, continuati poi con Franca Helg, Marco Albini e Antonio Piva” – così dice Roberto Poggi in un’intervista pubblicata sulla rivista Domus nel 1991. Progettista e artigiano collaborano fianco a fianco alla ricerca della soluzione più innovativa.

Spettacolo “La vita del talento” scritto e interpretato da Paola Albini

Come Fondazione riuscite a sostenervi? Progetti futuri?
La Fondazione svolge le sue attività partendo dal Metodo, dalle Opere e dalle Storie conservate nell’Archivio Albini con lo scopo di divulgare una forma mentis progettuale che sia utile alla Contemporaneità in ogni settore professionale e personale. Per farlo, utilizzano diversi luoghi e strumenti interdisciplinari come visite guidate ed eventi nel nostro storico studio di Via Telesio 13 a Milano (sede della Fondazione e dello Studio Albini Associati tuttora operante), eventi per e con Partner esterni (Istituzioni, Aziende, Università, Scuole), spettacoli sull’origine delle idee che stanno alla base dell’innovazione, laboratori per bambini, mostre, pubblicazioni, ricerca. Oltre alle attività sopra indicate, l’altro grande ambito di intervento di Fondazione Albini concerne invece la formazione. I nostri percorsi formativi, utilizzano il Metodo Albini ai fini della valorizzazione del proprio talento e del conseguimento di obiettivi personali e sociali. Partono da oggetti concreti e portano, attraverso strumenti di coaching, neuro-scienze, design thinking, autobiografia narrativa e teatro ad una maggior chiarezza di sé, dei propri obiettivi e delle strategie per raggiungerli, ma soprattutto all’acquisizione di un metodo utile in qualunque ambito. Adottando un approccio interdisciplinare, le nostre attività coinvolgono professionisti di settore (designer, architetti) ma anche famiglie, studenti, aziende, artisti, personale sanitario.
Il buon Design è in fondo un modo di pensare – per dirla con le parole di Edgar Morin – fornire alle persone un Metodo per “progettare una testa ben fatta” é la Mission della Fondazione Albini dedicata alla formazione.

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