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Il Vate, Gabriele D'annunzio, è Sergio Castellito in Il Cattivo Poeta

Il Cattivo Poeta. La redenzione dalle illusioni

di Ludovico Riviera

È un dignitosissimo affresco storico, romanzato naturalmente, questo Il Cattivo Poeta diretto da Gianluca Jodice, che non fallisce nell’offrire uno spaccato realistico, non edulcorato, dell’efferata e vile natura del fascismo negli ultimi anni del ventennio. Anni che vediamo distillati nelle vicende di Giovanni Comini, neoappuntato federale bresciano che viene incaricato, direttamente da Achille Starace (l’allora segretario del partito), di sorvegliare il vate Gabriele D’Annunzio: ritenuto voce potenzialmente pericolosa per la sua intollerabile, benché di fatto sopportata, autonomia di pensiero, già da tempo il poeta spregiava i piani di alleanza con la Germania di Hitler – definito “ridicolo nibelungo” – e fu infatti ‘messo a tacere’ attraverso ingenti donazioni statali per il mantenimento e l’ampliamento del Vittoriale, dimora in cui vive, quasi in clausura, dopo il fallimento fiumano. Oltre a questo, il partito dispose nella sua corte alcune spie, di cui Comini, nel biennio dal ‘36 al ‘38, data di morte di D’Annunzio, è l’ultimo arrivato.

Gabriele D'annunzio (Sergio Castellito) e Giovanni Comini (Francesco Patanè) in Il Cattivo Poeta

Credits: 01Distribution

Il rapporto tra Comini e D’Annunzio è il pretesto del film per mostrare una serie di dualismi tipici di una situazione polarizzata come quella che le cronache ci confermano fu tipica dell’Italia mussoliniana: lo fa con l’eleganza che si confà ad una vera opera d’arte, senza quindi pleonastici eccessi drammaturgici, ma attraverso allusioni che amplificano efficacemente la serietà dell’atmosfera oppressiva, che vediamo ad esempio essudare dalle bellissime e stentoree scenografie del modernismo fascista, nei suoi palazzi di pulitissimo rigore e manifesta efficienza, nelle cui cantine si consumano però i reati di repressione contro il dissenso politico. Comini, pur ricoprendo un ruolo gestionale nello squadrismo bresciano, pare ignorare la violenza sottesa allo slancio di propagandistico (mai effettivo) rinnovo sociale.
È un personaggio quasi infantile: corrisponde infatti all’archetipo dell’infiltrato ingenuo, che finisce per entrare in confidenza affettiva con l’oggetto di sua sorveglianza. La sua morbidezza caratteriale, oltre ad essere sfruttata da un solo apparentemente intontito D’Annunzio (giustamente perduto nei deliri contemplativi propri dell’artista in declino, magistralmente rappresentati dall’ottimo – magnetico, oltre che simpatico – Sergio Castellitto) per plagiarlo, gli impedisce di capire che la donna di cui si è innamorato, corrisposto, è diffidente del fascismo: questo, nonostante le non troppo velate confessioni di lei.

Elena Bucci è Luisa Beccara in Il Cattivo Poeta

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La storia d’amore finirà ovviamente male, ma servirà al protagonista come viatico per carpire l’apparente superficialità dell’impegno d’annunziano, che nel suo confino, continuamente riverito da uno stormo di amici-servitori, gli mostra il significato della vera indipendenza intellettuale. Un’indipendenza forse impotente, attutita dal soldo del regime, il quale viene però smascherato della sua pochezza intellettuale, perpetuamente derisa da un poeta vittima del suo incredibile successo, il quale può permettersi, nell’inerzia delle sue imprese passate, autentici rantoli di ingerenza. Lamenti che riecheggiano nell’incredibile ambiente dell’autentico Vittoriale – ultima fortezza italiana di veridica cultura aristocratica, le cui sinuosità fanno da contraltare alla freddezza marmorea del regime – e che, veicolati dal fascino profetico di quella che pare una maschera folle, paiono attecchire anche nell’animo di Comini, che finirà degradato del suo ruolo ufficiale in quanto non del tutto allineato alle modalità impositive del regime.
Il film nasconde nel biopic un racconto di formazione, piuttosto scontato a dire il vero: quello del giovane camerata che gradualmente, grazie anche al contatto col vegliardo maestro, smaschera le ipocrisie e le truci verità di un mondo dal quale, però, non riesce del tutto a staccarsi.

Il Cattivo Poeta

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Il film è tutto basato su questo gioco di contrapposti simbolici che attanagliano i personaggi in una prigionia di inconsapevolezza.
Coltri decadenti attraversano il Vittoriale, dove una parata di figure molli si beano nei ricordi utopici dell’impresa, quella di Fiume, che loro malgrado ispirò anche la volgare ascesa fascista; è forse proprio la consapevolezza di aver contribuito ad assecondare il regime che ha rinchiuso D’Annunzio nell’antro di un’autoreferenziale interiorità, riccamente addobbata ed esternata. Si fa chiamare “Comandante”, si veste d’uniformi, obnubila i propri sensi in una sfilza di pleonasmi comportamentali che però non ne annebbiano la vista…
Se è il senso di colpa ad animare lo spettro del D’Annunzio che fu, anima anche la consapevolezza della sua (non) identità politica, del suo rifiuto a collaborare oltre, e dell’ultimo disperato tentativo di dialogo col Duce in arrivo a Verona, in un celebre evento del ‘37 nel quale Mussolini (furbescamente rappresentato come un avatar sempre in penombra, statua mobile di sé stesso, inquadrato solo di sfuggita e sempre in movimento, impermeabile a qualunque cosa non sia il suo stesso mito) ignorò malamente l’ex sodale, nel momento del film che più ci mostra la depressione nonché l’abbandono del poeta che, in un atto nietzschano, abbraccia un camerata, distrutto dalla propria impotenza.

D'annunzio in Il Cattivo Poeta

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Vediamo quindi le molteplici facce del potere in ogni suo livello di espressione: il potere dell’idolo, il dittatore incapace di ascoltare, rinchiuso nella corazza del proprio regime; vediamo l’effetto di questa allure metallica nella reverenza dei cittadini, nella creduloneria di Comini, nella diligenza degli impiegati e nella violenza dei guitti; constatiamo il potere, claudicante, di un poeta che riuscì a compiere un’opera di effettivo, italianissimo irredentismo che però, consapevole del proprio insuccesso e dei propri sbagli, attende la morte nel rimorso, continuando a produrre un’arte, un’eredità ancora oggi utili a inquadrare l’attimo, oltre che, naturalmente, ad essere pregne di bellezza.
Senza naturalmente dimenticarsi di sfottere il regime, cosa che forse solo lui poteva allora permettersi di fare rimanendo impunito.

D'Annunzio è Sergio Castellito in Il Cattivo poeta

Credits: 01Distribution

Il Cattivo Poeta è un film che merita successo, che mostra, con lodevole attenzione filologica e credibile oleografia, il fato non solo del Vate, ma di un’intera classe intellettuale in rotta di collisione con gli sconvolgimenti politici dell’Europa interbellica.
La sapiente visione imbastita da Jodice e dalla sua troupe incornicia perfettamente la disperata china verso cui il mondo della cultura, coi suoi alti esponenti, viravano inesorabilmente: la delusione del prender nota del proprio essere niente più che vassalli del potere costituito, ad esso funzionali anche nelle azioni guidate dalla più cocente spinta idealista. Una contraddizione che non ha ancora smesso di circuire gli artisti oggigiorno. L’unica consolazione è l’uso della parola, l’evocazione di immagini capaci di illustrare, come riesce bene a fare questa pellicola, le ambiguità della storia. Proprio D’Annunzio paragona l’atto creativo all’impegno politico, dicendo che, una volta in moto, esso “estranea” l’individuo da ciò che credeva esser bello. Ma questo film fortunatamente, al netto di un ritmo eterogeneo e di un protagonista, il Comini, (forse volutamente) piuttosto debole, è bello ed anche istruttivo: da ammiratore del Vate, che Federico Zeri descriveva come il miglior scrittore italiano del ‘900, sento che la sua immagine è stata resa con rispetto e credibilità; scopro inoltre che tutte le battute (Jodice, oltre ad averlo diretto, il film se l’è anche scritto) recitate da Castellitto sono effettivamente ritagliate da discorsi o componimenti autentici di D’Annunzio, solo poche frasi di parole bellissime, che mi rammarico ora, fresco di visione, di non saper citare a memoria.

 

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