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Eroina Glamour. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino

17 Giugno 2021
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di Ludovico Riviera

Non poteva rimanere intonsa tanto a lungo, la leggenda creatasi attorno alla figura di Christiane F. (nome d’arte di Christiane Vera Felscherinow, nata ad Amburgo nel 1962 ma) divenuta celebre per le strade adiacenti alla stazione di Zoologischer Garten di Berlino, la capitale tedesca (allora Ovest) che, negli anni ‘70, era teatro di una socialità tentennante, dalla quale alienarsi a suon di stantuffi di siringa in vena, le “spade”: così vennero doppiate nel primo film (Christiane F. – Wir Kinder vom Bahnhof Zoo del 1981, regia di Uli Edel) tratto dal romanzo steso dai giornalisti Kai Hermann e Horst Rieck nel 1978, quando la protagonista fu coinvolta in un processo per spaccio di droga e ricettazione.
Con l’aiuto dei reporter, Christiane F. colse l’occasione per trasfondere la sua esperienza nel racconto biografico, titolato Wir Kinder vom Bahnhof Zoo (‘Noi, i ragazzi della Stazione Zoo’), pubblicato inizialmente a puntate dalla rivista Stern, e che fece scalpore per la crudezza narrativa evidentemente necessaria per raccontare una altrettanto crudele realtà: la donna precipitò infatti in una spirale di droga e prostituzione quando era appena 14enne, lei come molti altri ragazzi che spesso bazzicavano i dintorni di quella stazione, le vite di alcuni dei quali si intrecciarono con quella della nostra.

Poster appeso nelle strade di Berlino. Cristiana F. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino

Emanuele, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons

Non stupisce che ancora oggi una simile vicenda possa cercare di sorprendere una società occidentale in grado di percepire la nuda vita di queste vicende solo attraverso lo schermo di un device. Credo che sia esattamente questo tipo di società a cui si rivolge la recente trasfigurazione seriale della storia di Christiane F., una produzione Amazon Prime (coprodotta dalla tedesca Constantin Television) diretta da Philipp Kadelbach che, nel doppio ruolo di regista e produttore creativo, immagino sia il responsabile di ciò che ritengo un travisamento di quanto una storia tragica a base di droga, peraltro biografica – dotata quindi dell’ineguagliabile apporto che solo la realtà conferisce al dramma – dovrebbe essere.

La serie appare infatti molto alla moda, la fotografia – curatissima e a tratti molto bella, benché eccessiva – caratterizzata da una saturazione carica, i cui colori sono pressoché assenti a Berlino per la maggior parte dell’anno: il realismo non è una prerogativa di questa produzione, ma il ritmo è incalzante e scorrevole e le immagini piacenti. Questi elementi estetici, che non muteranno di una virgola all’aumentare della tensione narrativa, stonano sin dal principio con l’introduzione dei personaggi, già dai primissimi episodi velati di una certa archetipale malinconia moderna.

Christiane, oculatamente invecchiata rispetto la preadolescente della biografia originale, è una ragazza che si destreggia tra gli ultimi anni di liceo e una coppia di genitori (loro, forse, troppo giovani o giovanili) disfunzionale che, pur volendole bene, non riescono a non farle patire le conseguenze di una separazione violenta, incanalata dal dissesto economico e dall’irresponsabilità paterna. Trova distrazione inserendosi in un nuovo gruppo di amici che frequentano il club Sound, una discoteca del centro città, nella quale Christiane inizia a muovere i primi passi nel mondo degli stupefacenti. Si accerchia di persone già abitudinarie, le quali non possono fare a meno di condividere il proprio hobby con la giovane e le altre coprotagoniste. Il coro di personaggi ha il chiaro intento allegorico di mostrare come l’ingresso nel tunnel della droga si possa aprire da svariate brecce che – purtroppo abbastanza comunemente – potrebbero crepare la vita di chiunque: si sviluppano così le vicende di StellaBabsi, Benno e Axel. 

locandina della serie Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino. Serie tv Amazon Original

Credits: Amazon Studios

Il filo conduttore che lega i personaggi è soprattutto l’incomunicabilità con un mondo adulto che si rivela o distratto, quando non completamente assente, o insensibile alle esigenze di persone che, giovanissime, si ritrovano a fare i conti con una realtà sociale frammentata, tenuta insieme solo dall’austero rigore produttivo di fabbriche, aziende e rapporti professionali.
La generazione di giovani perduti appare come la naturale conseguenza della fondamentale superficialità di genitori egoisti, troppo improntati alle formalità dell’apparenza e dell’affermazione economica, forse un modo per soprassedere ai traumi recenti che la nazione tedesca stava ancora smaltendo.
Uno dei pochi meriti della serie è proprio questo: il lasciar intravedere come, soprattutto nel centro metropolitano teutonico, qualsiasi rapporto umano pareva filtrato da una cortina di freddo utilitarismo. Le persone si usano fra loro: vediamo dunque capi reparto che elargiscono favori a dipendenti compiacenti, uomini disgustosi che sfruttano la tossicodipendenza di giovani sfortunate per ottenere favori sessuali; ma anche Stella, forse il personaggio più curioso della serie, da vittima finisce per diventare matrona di giovani escort in una strana forma di emancipazione.

Tutto, nella Berlino dei nostri Kinder, diventa lavoro, un lavoro che opprime e schiaccia (e attraverso cui nascondere) le fragilità umane dei singoli, che rimangono però incapaci di affrontarle adeguatamente, perdendovisi o sopprimendole per sempre.
L’incomunicabilità col mondo adulto al di fuori delle formalità affettive si reitera anche in alcune pause rurali, tra un tentativo di disintossicazione e un altro, nelle quali Christiane F. visita i nonni in un’amena località di campagna.

La droga veicola quella che, nel corso della serie, sembra essere l’unica sincera espressione di affettività e reale comprensione reciproca tra le persone che ne condividono l’uso. Chiunque altro, è fuori. E qui prende forma la mia principale critica alla pur ambiziosa rievocazione della biografia di Chrstiane F.
La serie sembra non aver capito che deve esserci una concordanza tra forma e contenuto, e sceglie uno stile visivo che pare quasi glorificare la situazione di abuso in cui questi giovani si ritrovano. Tutti i protagonisti, nonostante la quantità di problemi personali e le occasionali scene violente che li coinvolgono, non riescono non apparire, in qualche strano modo, ‘fighi’: tanto che, spesso e volentieri, l’abuso del ralenti, i costumi perfetti (chi ha vissuto a Berlino sa bene che il bel vestire non è una priorità dei tedeschi) e la totale assenza di un coinvolgimento fisico dei bravi attori, le cui fisionomie si emaciano solamente per mezzo del trucco, fanno sembrare il drogarsi una sfilata di moda alt-vintage. La spasmodica attenzione per il dettaglio ammiccante, vorrebbe conferire qualità catartiche alle scene, ottenendo invece la completa depurazione del realismo dalla tragedia che si confà al tema narrato. Anche le scene più evidentemente drammatiche, che dovrebbero catturare l’attenzione e stimolare l’empatia dello spettatore, appaiono irrimediabilmente manieriste.

Noi i ragazzi dello zoo di Berlino

Credits: Amazon Studios

Un altro grosso problema della serie è la presentazione di una quantità di personaggi secondari che non hanno alcuna funzione nello svolgimento delle tematiche portanti: semplici comprimari atti a fornire brevi deviazioni del racconto che appiattisce la potenziale profondità delle storie presentate, delle quali nessuna evolve realmente dallo stato di canovaccio, dando allo sceneggiato un insostenibile taglio impressionistico, con numerose scene – sempre spettacolari, da videoclip – dedicate a passaggi di trama eccessivamente allusivi, rigorosamente condotti con scene reiteranti un certo tipo di emozionalità commerciale: così sono le numerose ricadute nella dipendenza dopo i tentativi di disintossicazione, le scene di prostituzione, le fughe, e i numerosi allontanamenti/riavvicinamenti fra i vari personaggi, i litigi, le violenze, persino le morti.

La serie, in definitiva, mesmerizza lo sguardo dello spettatore, scivolandone però via immediatamente, senza incidere: guardandola, non posso dire di aver fraternizzato con nessuno dei personaggi, che rimangono deboli macchiette, imbestialiti non dall’abuso di droghe ma da una scrittura che ne sacrifica l’approfondimento psicologico in funzione dell’intrattenimento e della fotogenia. Chiunque abbia visto, o conosca anche superficialmente, il mondo della droga e soprattutto dell’eroina, sa benissimo che nulla di ciò che riguarda le persone catturate dalla sua malia può risultare anche solo vagamente ‘glamour’. Peraltro, nemmeno la città di Berlino, famosissimo polo europeo della perdizione (ancora oggi presente), viene presentata nella sua interezza solo in accattivanti inquadrature dall’alto, grandangoli velocizzati piuttosto finti, simili a diorami – forse sono veramente diorami –  o interni ricreati in studio.

Una scena tratta dalla serie tv Noi i ragazzi dello zoo di Berlino di Amazon Prime Video

Amazon Original

Pure le architetture brutaliste, scellerata eredità estetica del Bahuaus e di cui la capitale tedesca è piena, appaiono ripulite del degrado di cui, non solo a Berlino, naturalmente si impregnano. Però l’importante è far piovere (per finta) anche all’interno della stazione di Zoologischer Garten, il luogo chiave, crocevia di destini, per simboleggiare la tristezza che la protagonista prova all’ennesimo abbandono di Benno, che fugge a Budapest nel corso di un’altra insensata deviazione narrativa.

Non me la sento, insomma, di consigliare questa serie, che vanifica con un eccesso di estetica degli intenti senz’altro positivi, legati all’attualizzazione di un problema che non si è assolutamente esaurito nei decenni successivi alla pubblicazione del libro originale. C’è la volontà di adattare la natura ‘storica’ del racconto biografico ad uno stile contemporaneo, ma avrebbe potuto osare di più.

Adeguata, se volete passare qualche ora in spensieratezza: stato d’animo che mal si sposa al mito di una droga che, da vera protagonista della serie, non fallisce nel bucare lo schermo, oltre che le pelli e le vite dei protagonisti. In effetti, anche se volessi, credo proprio che non riuscirei a biasimarli, questi poveri Kinder vom Banhof Zoo.

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