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La penna di Andrea G. Pinketts corre veloce

25 Gennaio 2019
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di Cristina Ruffoni

“L’universo trattiene il suo respiro. C’è silenzio nell’aria. La vita pulsa ovunque.
La cosa chiamata morte non esiste…”
Lawrence Ferlinghetti

Il prossimo marzo 2019 uscirà “Little Boy” di Lawrence Ferlinghetti in coincidenza con il suo centesimo compleanno. Ultimo libro beat, è descritto dallo stesso autore come un mucchio di immagini spezzate. Come avremmo voluto che lo stesso evento potesse accadere anche al nostro Andrea G. Pinketts, scrittore milanese, prematuramente scomparso il 20 dicembre, a soli 57 anni, dopo una lunga lotta contro il cancro.

Andrea G. Pinketts, La capanna dello zio Rom | Mondadori, 2016

I due personaggi, uno newyorchese, l’altro milanese, hanno in realtà, molto in comune, non solo un certo stile di vita da flaneur metropolitano, ma soprattutto l’adorazione per la letteratura e gli scrittori e un entusiasmo per questa “sorprendente vita quaggiù e gli strani clown che la caratterizzano”. Con le dovute differenze stilistiche, culturali e generazionali, nel poeta e nel giallista ritroviamo lo stesso innato talento nell’assemblare le parole e l’effetto straniante e surreale dei personaggi e delle trame. A partire dai titoli di Andrea G. Pinketts, come “L’assenza dell’assenzio”, “La capanna dello zio Rom”, “L’ultimo dei neuroni”, “Depilando Pilar”, “Mi piace il Bar” e “Ho una tresca con la tipa nella vasca”, s’intuiscono i riferimenti ai fratelli Marx, a Breton e a Mel Brooks, per il black humor e il grottesco nonsense, prima ancora che per Hammet e Chandler.

In Francia, il noir gode da sempre di un grande seguito e riconoscimento, e qui infatti Pinketts è stato insignito di immense onorificenze, non certo paragonabili a quelle ricevute in Italia, dove questo genere non è mai stato sdoganato completamente da certa critica, nonostante le vendite di un autore come Niccolò Ammanniti e l’originalità di Giorgio Scerbanenco, faro illuminante per Andrea G. Pinketts. Perché sono le stesse infinite notti, le identiche algide albe e la medesima strana fauna in cammino sui marciapiedi a connotare una certa Milano periferica, nebbiosa e dark.
“Amo le donne con le tette grosse e il cuore grande”, amava ripetere il nostro amato giallista, sempre attorniato da un universo femminile particolare. Ma il suo grande amore è sempre stato per la madre Mirella Marabese Pinketts che al funerale del figlio, gremito dei suoi ammiratori e amici, ha dichiarato l’impossibilità di dire addio a colui che, per tutta la vita, ha vissuto al suo fianco, nella stessa casa, non abbandonandola mai.

Il suo vero ufficio però, tutti l’hanno sempre saputo, è stato il bar Le Trottoir di Milano, quello storico in Garibaldi, poi trasferitosi in Darsena. Con il suo amato sigaro in bocca e la birra Guinness in mano, in modo instancabile coinvolgeva spasimanti, amici, sconosciuti, artisti e scrittori a trovarsi in questo posto, fino a tarda notte: una seconda casa per molti milanesi, che sapevano dove trovarlo.
Il suo lavoro di cronista e giornalista è stato sempre parallelo a quello di scrittore e numerose sue inchieste, come quella sulla camorra con parecchi arresti da lui stesso prodotti, vengono citate come esempio di grande intraprendenza e coraggio professionale, perché in lui convivevano rigore e euforia, concentrazione e divagazione, frivolezza e altruismo: “un duro con il cuore di meringa”, come lo definiva la sua grande amica Fernanda Pivano.

Da ribelle, non ha mai amato le distinzioni, le classifiche e le categorie. Per Andrea G. Pinketts non c’era differenza tra una partecipazione goliardica in televisione, recitare in un film, inventare una sceneggiatura teatrale o scrivere un romanzo mescolando fiction e neorealismo. Come Salinger, con sguardo ridente e voce roca, poneva quesiti apparentemente bizzarri e domande stravaganti sul senso misterioso e vibrante dell’esistenza, che lui era in grado di captare e scovare negli anti-eroi, negli eterni Peter Pan e nei “perdenti” ai margini perché, al pari di Bukowski, anche lui è stato capace di dimostraci che non sono i bicchieri bevuti, le competenze acquisite o i successi ripetuti ma la parola l’eterna ebbrezza dell’uomo, che si oppone allo “spirito di gravità, in una pista da ballo di casi divini…..”.

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