Lo spaesamento tra assenza e presenza

25 Gennaio 2019
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DIDASCALIA Immagine in evidenza
L’autore ritratto a fianco dell’installazione luminosa.
SCRIPTA VOLANT (2018) Neon filiforme, cm 300×400

 

di Cristina Ruffoni

“A Port Said si attenua la vita di Arthur Rimbaud. A Tangeri dimora William Burroughs in visioni oppiacee. Nozioni dovute alle regie di David Cronemberg e di Magazzini Criminali di parecchi anni fa. Queste sensazioni dolci-amare mi hanno preso. Mani, testa, piedi, gambe, occhi, petto, pancia…”
Diario estemporaneo (Della limitatezza di rappresentazione, descrizione, testimonianza)

Gianni Gangai

VOI SIETE NOI (1994) Serigrafia su fotografia montata su alluminio e supporto di legno, cm 140×100

L’ultima mostra di Gianni Gangai, presentata dal critico Giorgio Zanchetti, visibile alla Galleria Milano, di Via Turati 14, fino alla fine di Gennaio, riassume con caratteri contrapposti, nuovi aspetti e punti di riflessione.
Da una parte, con ammissione dello stesso artista, il suo é un agire imprescindibile dalle posizioni radicali degli anni Sessanta/Settenta, dal clima culturale delle neoavanguardie, ultimo momento di autointerrogazione dell’arte, segnata da tensioni in campo sociale e politico. Per innescare poi, una messa in scena, che rivaluta e interpreta nuovamente i concetti di opera aperta, identità e anonimato, in un processo mobile e frammentato, che include l’azione, e “la situazione”.
Cosí come già descritto nel testo di Franco Vaccari, Fotografia e inconscio tecnologico, si attua un superamento del processo avviato da Duchamp, lo spostamento dell’azione artistica all’interno di operazioni collettive, che tendono ad annullare la differenza tra artista e pubblico, conferendo a quest’ultimo un ruolo attivo e portatore di senso.
La stessa strada percorsa con La camera chiara da Roland Barthes, con L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin e con La società dello spettacolo da Guy Debord.

Gangai da tecnico scenografico, quale è stato lungamente, soprattutto in teatro, conosce lo spazio e in questa mostra e in particolare nell’installazione in neon: Scripta Volant, in relazione al tempo. Relazione oscillante che Zanchetti colloca nella fase sospesa e di anticipo alla dilatazione o alla coagulazione delle forme. Una dimensione spazio temporale non certo limitata dal battito delle lancette dell’orologio.
Il significato del tempo, é riconducibile a due verbi greci: teino che significa tendere, distendere, stirare e témmo, che ha il significato di tagliare. Dicotomia e interruzione ma anche continuità e dilatazione. Modalità e condizioni, che ritroviamo in tutte le opere di Gianni Gangai, dai ritratti dei genitori Voi siete noi, al video: Un tempo…, che ricorda il vecchio segnale orario della RAI, nella riduzione e moltiplicazione di immagini che formano le Texture e nei ritagli in acetato, quasi impercettibili delle Omologie.

Nella discontinuità e nella mescolanza si muove Gianni Gangai, che comprende come ci possiamo sentire tutti spaesati su questa terra. In uno spazio senza patria, perchè il tempo dell’identità, dell’Io, non è mai più soltanto nostro. Nell’epoca dello spaesamento cosmico, ritorna quindi il tempo delle parole nomadi, dilapidate ma anche di quelle nominate, che evocano dall’assenza e conducono alla presenza.

Rifacendosi all’apporto specifico del Lettrismo, come testimonia la stessa denominazione del movimento, consiste nell’aver concentrato l’attenzione sulla lettera, intesa come unità fondativa del linguaggio. Nel tuo caso la lettera viene spezzata e poi ricomposta e conduce sul foglio, all’assoluta purezza formale. L’ipergrafia permette di andare oltre la contrapposizione tra astratto e figurativo in una dimensione segnica. Ti riconosci in questo momento di sintesi tra istintivo e razionalità compendiati e bilanciati nell’esperienza lettrista?

Certamente e con anche coloro della mia generazione che hanno acquisito questo bagaglio, al pari di ogni altro fenomeno dirompente e sovversivo del secondo ‘900, come dati di fatto già assimilati e metabolizzati, ce ne si è appropriati per attuarne una continua elaborazione che attraversa le varie correnti.
Non abbiamo teorizzato ne generato nulla, ma ci si riconosce in queste diverse esperienze e per quanto mi riguarda certamente sia la Minimal Art che l’arte ambientale, per certi versi anche la Pop, più come fenomeno di costume che essenzialmente artistico e soprattutto, Performances, Happenings e Body Art o i diversi sconfinamenti disciplinari nella musica, nell’azione, nella danza, ed anche tutte l’espressioni verbovisuali, la dimenticata Poesia Sonora e certamente, non ultimo, un certo concettuale “tiepido” e applicato, sono state fondamentali per il crogiolo della mia formazione, senza rivendicare la priorità di una ricerca espressiva sulle altre. Mi ci trovo quindi in questo polo magnetico ma ciò è dovuto non solo all’esperienza lettrista, anche se naturalmente parola, linguaggio e la loro unità di base, da me sono frequentate e trattate abitualmente..

La tua esperienza di tecnico teatrale, ha contribuito a definire un preciso modo d’installare una mostra, definita quasi come due atti teatrali che trasformano lo spazio della galleria in environment con un montaggio che dissociando mette in relazione e in dialogo le opere l’una con l’altra. Puoi spiegare meglio questa eredità che accresce il carattere intermediale e la confluenza di più linguaggi nello stesso scenario?

Al di la dell’opera in se e del progetto che porta a realizzare per serie o per cicli o solo per connessioni, mi piace pensare il momento espositivo come un ulteriore elemento che si stratifica nell’esperienza creativa. È fatto di proporzioni, accostamenti, successioni, pieni e vuoti, contrapposizioni, ritmi, che si rivelano pienamente solo in fase di allestimento. Non c’è niente da raccontare, ma è un’espressione metafisica connessa indissolubilmente sia alla relazione fra ogni singola opera e lo spazio ospitante, sia fra quest’ultimo e l’insieme di tutte le opere esposte. Oltre tutto quando intraprendo questo lavoro, cerco di guardare non solo con i miei occhi ma anche con quelli dei soggetti operanti vicini a me e con quelli dei possibili visitatori.

I tubicini del neon, i singoli frammenti, derivano da una “simmetria segreta”, che può formare quadrati “invisibili” entro più vasti rettangoli; indica dunque la configurazione strategica dell’opera non immediatamente percepibile allo sguardo e che perciò implica un tempo di lettura dilatato e processuale. Si tratta di quella “figura nascosta”, di quell’esibizione che Malevič, colloca oltre gli oggetti e che tu riassumi anche nelle parole ora qui del video, nel quale lo spettatore s’interroga rispetto all’opera, in quella dimensione del nessun luogo, eppure, insieme, nello stesso istante. Ti riconosci in questo conflitto, questa inadeguatezza, come un impresentabile che tuttavia si presenta?

La struttura da cui prende origine l’installazione di neon filiforme, in realtà, è una specie di casuale mosaico caleidoscopico dovuto alla frammentazione e ricomposizione dell’ originale su carta di ridotte dimensioni. E questo è un elemento sostanziale presente in modo quasi invisibile nell’installazione. Ma non solo. Io penso che siano presenti anche tutti i progetti e i lavori su carta realizzati precedentemente e che in modo imprevisto e incosapevole hanno portato anche a quel tipo di elaborazione finale.

Uno degli artisti di riferimento da te indicati, è Alighiero Boetti, che gioca con la sua doppia identità. Anche nella tua esperienza c’è un esperimento sulle varianti possibili del tuo nome e cognome. La mail art è stata fonte di convergenze, dislocazioni e alterità. Lo scopo è di ridurre al minimo l’artificialità del linguaggio artistico e far emergere l’esperienza immediata. Nell’epoca del marketing e della spettacolarità dell’arte, con un artista come Bansky che potrebbe non esistere, come si può abbandonare l’estetica e cercare un nuovo senso?

Come dicevo, la mia formazione da autodidatta mi ha condizionato a osservare e interpretare ogni esperienza artistica. Con ciò voglio considerare anche ogni altra disciplina, dalla musica al cinema, alla letteratura, ma solo, ci tengo ad affermare, nell’accezione di ciò che io considero prodotto di interesse culturale. Questa pratica, peraltro, attuo, senza possedere gli strumenti analitici accademici. Ho cosí una grande personalissima libertà di visione, ma per mia scelta, ripeto, solo circoscritta a ciò che considero genuino, non inquinato da fenomeni propagandistici e da interessi commerciali in ambito sia colto che popolare.
L’incontro con l’epidermide di superficie, con la temperatura e il profumo che essa emana, è per me ancora il primo momento di conoscenza e di eventuale interesse o meno.

Paolini, Fabbro e Boetti stesso, riducono a volte al minimo la manualità e il virtuosismo tecnico, affidando la realizzazione dell’opera ad altri. Nel tuo lavoro, al contrario, non ti sottrai a questa fase ultima. Ad esempio, tagliare con il bulino nell’acetato forme precise è fondamentale. Come ti collochi in questa fase?

Mi è sempre piaciuto e la cosa continua tutt’ora, sperimentarmi anche con pratiche manuali. In origine, pensavo che potesse essere un alibi per sopperire alla limitatezza nell’uso di pennelli o sgorbie ma col tempo, in parallelo all’accettazione di questa mancanza, si è affermata in me l’idea che se non tutto è fatto per me, io posso e devo quanto meno praticare ciò per cui io sono fatto. Io uomo, che vivo e che sono attivo sul pianeta. Quindi ci provo, se il risultato mi soddisfa sono felice, se no, mi affido a chi ha le competenze e sono felice lo stesso. Ed anche se, può succedere che la personalità altrui si può rivelare nel risultato del lavoro, penso che ciò sia da considerare una ricchezza.

Che progetto espositivo hai in mente per la Libreria Popolare di Via Tadino? E qual’é il tuo rapporto con la scrittura? Diari, racconti e piccoli manifesti, sono elementi che segnano e accompagnano costantemente il tuo percorso artistico. Una necessaria forma espressiva integrata e non in sottofondo al processo creativo?

Nel tempo, più volte, ho corredato progetti visuali con i miei testi. È una pratica della quale non vedo perchè dovrei escludermi, in quanto mi da piacere e cerco di svolgerla in funzione di accompagnamento nel processo artistico. Come mi piace anche leggere testi altrui in forme diverse. O interpretative o anche meno dinamiche, o improvvisazioni o accompagnate da azioni nello spazio e da commenti sonori. Certo, sono esperimenti nei quali, mi metto alla prova e non sono certo del risultato.
Per la libreria, ho in mente due cose: la riedizione di un breve mio diario di due giorni di vita, vissuta in un clima completamente “epifanico”, nel quale tratto tematiche presenti nella mia ricerca visuale, oppure una raccolta di frammenti di mano scritti e di fotografie trovati per la strada, con i quali, ho cercato di combinare delle relazioni formali di altro tipo.

Realizzazione spazio scenico per Festival Asti Musica (1999) Palco cm 1200×600 colonne illuminanti cm 100x100x h 500

“Le mie operazioni risultano legate all’occasione che le ha determinate, incidono sull’occasione stessa e di tale occasione saranno in seguito irripetibile testimonianza”. In questa affermazione di Franco Vaccari, sembra riassunta la tua passione per il rischio, inteso come rifiuto di ogni garanzia aprioristica. Nell’ambito delle tue opere e nel modo di esporle, tendi ad innescare nuove dinamiche di cambiamento e modifica, che slittano nella fase della lettura e della fruizione?

In qualche modo, c’è sempre una dose di rischio ogni volta che mi metto al tavolo di lavoro, anche se quando lo faccio, l’elaborazione di ciò che penso è già in fase avanzata e ho già in mente il tipo di operatività da innescare. E non é un problema non essere completamente certo del risultato formale di installazioni o di realizzazioni ampie con o senza la collaborazione di altre personalità. Anch’io godo dello stupore di quella cosa non ancora vista e non sempre aderente all’immagine mentale che ci si è fatti precedentemente ma se i presupposti fondanti ci sono, la forma può essere anche mutevole. Non mi disturba, anzi mi mette alla prova!
Per esempio, la realizzazione dello spazio scenico per il palco live del Festival Asti Musica 1999, è terminata il pomeriggio precedente all’inaugurazione serale.
L’obiettivo del lavoro era di escludere privilegio alla visione del centro platea, luogo abituale della regia e del mixer audio, in favore della ricerca di unicità per ogni singolo posto a sedere, vicino o lontano, centrale o alle estremità. È stata attuata una collocazione apparentemente “astratta” degli elementi a colonna sul palcoscenico scoperto, ma in realtà dovuta ad una precisa cura nella loro scansione spaziale, ritmica e rotatoria. Si è potuto offrire cosí ad ognuno degli spettatori una visione armonica personalissima e nessuno in alcun caso, é stato penalizzato da ostruzioni o difficoltà dovute alla prospettiva scenica laterale appiattita. Solo al mio ritorno al buio, ho visto le colonne illuminanti per la prima volta accese, come per il pubblico e ne sono stato sbalordito. Ma quella struttura era supportata da una forte motivazione ed elaborazione e non c’è stata alcuna compromissione da quell’elemento luminoso cosí inaspettato.
Il pensiero che ha mosso questa operazione, seppure non esplicitato in maniera alcuna, si è rivelato fortemente presente nella sobrietà, elemento fondante della mia pratica, che vuole escludere l’espressione prevalentemente estetica.

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