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A Milano la moda fiorisce sotto un cielo nuvoloso

25 Febbraio 2019
332 Views
di Eleonora Attolico

Mixed feelings. Sentimenti altalenanti. All’incertezza economica che attanaglia il mondo tra dazi e Brexit, la moda italiana reagisce presentando collezioni sartoriali con giacche dalle spalle a pagoda (Fendi), abiti zippati aperti sulla schiena (Numero 21), magnifici cappotti a mantella (Max Mara) o strutturati (Sportmax). Al borsino i tacchi sono bassi, le lunghezze delle gonne vanno dal ginocchio in giù. Calano gli abiti maxi e le sneakers. In crescita gli anfibi.
La moda vede rosso (Emporio Armani) e anche green con i jeans trattati con pochissima acqua da Matteo Marzotto per il suo marchio Dondup. Inoltre varie pellicce ecologiche come, ad esempio, da Ermanno Scervino. Può il nostro fashion system salvare l’economia di un Paese? Difficile dirlo ma resta una delle voci principali delle nostre esportazioni e una forza trainante dell’economia.
Cala il sipario sulle passerelle di Milano e si apre a Parigi dove i gilets jaunes continuano a protestare. Là, più che da noi, il mondo del lusso è visto come un nemico tra vetrine distrutte ed espropri proletari. L’incertezza dei tempi talvolta genera passi falsi. Nuvole scure si sono addensate la scorsa settimana sulla fashion week di New York. Varie testate, tra cui il New York Times, avevano criticato le passerelle americane giudicandole banalotte. Poche idee e confuse. Si salvavano solo due designer non di primo pelo: Ralph Lauren e Marc Jacobs.

Dopo i giudizi poco lusinghieri sulle sfilate americane, si è abbattuta la scure della morte di Karl Lagerfeld, uno dei più grandi stilisti del suo tempo. Persino l’idraulico romano sa chi è “Certo quello cor codino….” Artista a tutto tondo: disegnatore di bozzetti, poliglotta, fotografo e collezionista d’arte. Personaggio europeo: tedesco di nascita, francese di adozione e un po’ italiano per avere diretto le collezioni Fendi dal 1965. A due giorni dalla scomparsa la Maison romana (anche se oramai da anni nella scuderia LVMH di Bernard Arnault) ha presentato  l’ultima collezione come chiesto dallo stesso Lagerfeld: ampie gonne a pieghe, pellicce intarsiate e borse a baguette in vernice goffrata. Incertezza dunque perché il Kaiser Karl è figura insostituibile. Come molti ricordano era anche il Direttore creativo di Chanel. Ma lungo la Senna hanno adottato il romanissimo motto: “Morto un Papa se ne fa un altro” nominando seduta stante Virginie Viard, da decenni al suo fianco.
Altro elemento che non aiuta il tempo che passa. Stanno scomparendo dei simboli di eleganza planetaria.  Oltre a Lagerfeld, nelle ultime settimane: Lee Radziwill e Marella Agnelli. Tutti e tre facevano parte del jet set (quello vero), legati alla moda in modi diversi. Altro che influencer. Per fortuna, in questa tornata milanese, i suddetti sono stati meno numerosi. Anche se, da Iceberg, “si soffre” in una sala piccola traboccante di curiosi individui schiavi dei social. Tutti con il braccio alzato e tatuato a riprendere la sfilata senza nemmeno guardare un maglione. Tra l’altro, ben fatti, ispirati a Biancaneve e alla strega cattiva.

Regine delle nevi si affacciano da Genny, ispirazioni british invece da Anteprima e da Etro dove, ad aprire la sfilata, è la top model Edie Campbell, capelli corti biondo platino. In pedana anche da Tod’s ce l’ha con gli stylist che la tengono a stecchetto tanto da aver postato su Instagram un bel croissant. Chi invece si nasconde dietro a una maschera è Alessandro Michele, il direttore creativo di Gucci. Maschera come metafora: cela ciò che siamo e rivela chi vorremmo essere. La collezione è meno pazza del solito: pantaloni baggie anni Ottanta ma anche tessuto scozzese e suggestioni da cartone animato per esprimere ottimismo. E cartoons horror si notano da Miuccia Prada dove gli ampi pullover riproducono il volto di Frankenstein insieme alla moglie. Divertenti gli zaini di pelo rosa e gli anfibi neri belli pesanti. Non manca quel romanticismo che “ci sta” fatto di abiti da cocktail con i fiori applicati. Stile famiglia Addams. Favole più soft da Vivetta con tanti fiori colorati e un arcobaleno di colori in casa Byblos.

In una fase traballante contano i punti fermi. Ecco allora il ritorno di vecchi leoni come Jean Charles de Castelbajac. Chiamato da Luciano Benetton, fa squadra insieme a Oliviero Toscani per rilanciare lo storico marchio di maglioni. La zampata viene anche da Giorgio Armani con una splendida collezione blu notte. In quanto alla Signora di via Montenapoleone, Raffaella Curiel, riceve nel suo atelier amici, buyers e giornalisti. Ritira fuori gli archivi della madre Gigliola per proporre  magistrali abiti di Alta Moda. Nei saloni si notano Isa Parodi Delfino e Giorgio Forattini.
Altre tracce di archivio da Versace dove, per l’occasione, chiude la sfilata una modella degli anni Novanta, Stephanie Seymour. Si torna più indietro da Laura Biagiotti coinvolgendo Pat Cleveland, top  model negli Ottanta della Milano da bere. E se ci sono due stilisti che devono molto alla capitale meneghina sono Domenico Dolce & Stefano Gabbana. Grande prova di eleganza con abiti da cocktail, vestiti da sposa e completi dal taglio maschile, facile da portare. Stanno bene quasi a tutte. Non sarebbero dispiaciuti a Marlene Dietrich. Anche lei un’icona di stile come Lee e Marella. Un mondo di ieri.

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