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Lula Ferrari, Architetto

12 Febbraio 2019
606 Views
intervista di Erika Lacava

La professione dell’architetto ha in un certo senso a che fare con il genio della lampada, ma, se possibile, è ancora più difficile: si devono realizzare i desideri dei clienti, ma senza che essi stessi sappiano esprimerli esattamente. Si può solo lavorare per indizi e proporre al cliente suggestioni, per poi procedere, come diceva Popper per la scienza, per tentativi ed errori. È un pensare, fianco a fianco con il cliente, a come rendere “reale” un’idea. La progettazione architettonica ha una responsabilità notevole in termini di felicità personale perché ha a che fare con la determinazione degli spazi nella propria idea di vita. Nel caso di una casa, quanto di più personale e intimo possa esserci perché riguarda lo star bene in famiglia, con se stessi, il dare un ruolo attivo alle proprie passioni, spazio adeguato allo studio, ai bambini…
Ci deve essere un po’ di psicologia in tutto questo: si deve immaginare cosa desidera il cliente, quali sono le sue aspettative anche a livello di status symbol, e magari consigliargli di osare di più, di trovare la sua particolarità abitativa. Perché ogni casa è singolare, e dovrebbe essere studiata personalmente sulle persone che ci abitano.

Abbiamo chiesto a Lula Ferrari, architetto in Corso di Porta Nuova a Milano, di parlarci del suo lavoro.

Qual è il metodo che adotti personalmente per entrare in sintonia con il cliente e riuscire a realizzare i suoi desideri, in termine architettonici?

Il lavoro dell’architetto è un lavoro molto bello e molto complesso. A volte capita che il cliente arrivi preparato perché gli piacciono l’arte e l’architettura e ha quindi una visione molto chiara di quello che vuole realizzare, ma altre volte il committente si fa influenzare da idee modaiole. Fondamentale per me è incontrare la persona ed entrare in empatia, fare delle domande per capire che tipo di vita fa, il lavoro, gli hobby, conoscere il luogo in cui vive e dialogare con tutta la famiglia. Conoscere il contesto, studiarlo e avere la percezione generale dello spazio e di come questo si rapporta con quanto c’è intorno. Questa parte del lavoro è stupenda, è la più creativa. Tendenzialmente io ascolto, seguo, e cerco di entrare in sintonia con il cliente. Cerco di indirizzarlo su un progetto che è tecnicamente e scenograficamente più corretto a livello visivo e spaziale, facendo anche attenzione alle normative.

Dovendo fare una selezione necessaria di lavori, ho visto che tra i progetti di cui ti sei occupata ci sono il Feltrinelli Megastore di Milano e il negozio di via del Babuino a Roma. Vuoi parlarci di questa committenza?

Il primo progetto di cui mi sono occupata per la Feltrinelli, che è stato forse quello più intenso dal punto di vista culturale, è quello di via del Babuino a Roma. La libreria è stata ristrutturata intorno al 2001, oramai diventata obsoleta, Non posso dimenticare quando sono stata chiamata per la progettazione degli spazi di via del Babuino e il primo sopralluogo nei locali: si respiravano ancora i tempi delle sommosse, la sua forte tradizione storica e l’importante passato letterario di questi locali.
Questa è stata la prima libreria Feltrinelli fondata a Roma, nel 1964, da Giangiacomo Feltrinelli. Da cui erano soliti passare Pasolini, Gian Maria Volontè, Fellini, Mastroianni, Elsa Morante, Nanni Balestrini, gli artisti di via Margutta. Via del Babuino nel 2000 era ancora una strada ricca di piccolissime botteghe, ma oggi è stato tutto trasformato dalla moda e non è rimasto più nulla di questo, neanche la libreria. La cosa bella di questo progetto è stata la volontà di non perdere la caratteristica di questi spazi storici, che mi è stato chiesto di riadattare solo in chiave più moderna. È diventato così un progetto unico, intimo, carico di fascino, e a livello culturale un’esperienza importante. Ero stata chiamata a lavorare al progetto dal professor Maldonado che è stato mio professore all’università, e ho avuto modo così di conoscere Inge e Carlo Feltrinelli. Successivamente è seguito il progetto per il Megastore di Corso Buenos Aires a Milano, e la cosa interessante è stata proprio la differenza tra l’intimità del luogo di via del Babuino e il caos di questa arteria commerciale milanese. La differenza urbana di questo tipo di progetto genera necessariamente una dimensione architettonica completamente diversa. Il Megastore di Buenos Aires è stato il primo stravolgimento del format classico di libreria: doveva infatti diventare un luogo che ospitasse, oltre ai libri, anche la musica, i dvd, e le nuove tecnologie: un grande contenitore multimediale.
In seguito sono stata chiamata per la Feltrinelli International in piazza Cavour a Milano, una libreria abbastanza storica, scomparsa anch’essa oggi, dedicata al libro straniero. Un progetto completamente diverso da tutti gli altri, a cui ho lavorato con Francesco Dondina che si è occupato della parte grafica, mentre io di quella progettuale.

Vibram Technological Center, Huadu-guangzhou

Tra gli altri grossi nomi per cui lavori spesso c’è la Vibram, un marchio che offre una sfida interessante nel coniugare tecnologia e natura. Nella realizzazione del Vibram Museum di Albizzate, nel Vibram Technological Center in Cina e nell’installazione “riflettente e dinamica per il movimento del corpo e della mente”, come hai definito il lavoro per il Fuorisalone del 2018, quali soluzioni hai adottato per rendere questo connubio?

La collaborazione con la Vibram dura da tantissimi anni ed è declinata in varie situazioni, dal Vibram Bar di Tarifa al Tecnlogical Center di Huadu-guangzhou. Il proprietario di Vibram è un uomo visionario con delle idee futuristiche, che ha voluto creare in Spagna un vero e proprio bar che fosse anche un punto vendita per le scarpe più fashion della società. Il rivestimento della scocca del bar era realizzato in piastrelle poliedriche di gomma vulcanizzata, come quella usata per le suole Vibram, e, sfiorandolo, si potevano percepire la matericità e la spigolosità della materia.
Nel 2005, con l’architetto Andrea Savio, mi sono occupata anche della progettazione della sede del Vibram Cina Tech Center a Guangzhou. L’idea era quella di non orientarsi verso la creazione di un nuovo polo produttivo, ma di costruire un centro per la ricerca tecnologica, unico nel suo genere. Il Centro occupa una superficie molto vasta ed è costituito da vari fabbricati che circondano un grande giardino, con palme e uno specchio d’acqua, episodio singolare ed eccezionale in un contesto caratterizzato da una densa edificazione di insediamenti produttivi.

Pop up store Vibram al Fuorisalone 2018, Via Voghera, Milano

Dal Vibram Tech Center hanno iniziato a svilupparsi altre situazioni come lo showroom di via Sanzio e il Connection Lab a cui stiamo lavorando ora, un incubatore di idee legate al marchio Vibram a cui si collegano altre società. Per il Salone del Mobile 2018 Marco Bramani ha voluto presentare il pop up store. per una settimana si sono svolte attività di diverso tipo legate al corpo umano, in contatto con il terreno e la natura. Dalla prova della scarpa su terreni diversi come pietra e legno, all’esperienza in cui il piede e la scarpa venivano specchiati su superfici riflettenti, al laboratorio in cui si poteva modificare la suola delle proprie scarpe o lo zaino grazie all’intensa collaborazione con Ferrino.

Dal libro alla scarpa vulcanizzata… Per spaziare in territori così diversi tra loro, ti affidi a dei collaboratori esterni?

Mi avvalgo di diversi collaboratori in base al progetto che devo seguire. Li scelgo tra quelli più specializzati in interior design o in progettazione di allestimenti. Da tanti anni lavora con me Margherita Vignali, figura indispensabile del mio studio.

Tra i progetti privati ho visto quello presentato su un numero di Gardenia del 2017 in cui il verde si amplifica in un gioco di specchi ed entra nel vivere quotidiano attraverso la vetrata scorrevole che dà sulla veranda.

Abitazione privata, in collaborazione con l’architetto Marco Bay

Si tratta di un appartamento privato in cui la parte del verde è stata curata dall’architetto paesaggista Marco Bay. Qui ho creato un progetto in dialogo tra l’interno e l’esterno. Mi piace lavorare molto con la luce, con il colore e i volumi, e cerco sempre un dialogo verso l’esterno attraverso le vetrate. Ora sto lavorando a un bellissimo progetto a Porth, in Cornovaglia, l’ampliamento di un vecchio casale. Qui ho modo di lavorare con la storicità del luogo alternando la pietra locale al legno e a grande vetrate che danno sulla scogliera. In questo caso la sfida è far “entrare” il mare in casa.

Tra gli altri progetti recenti a cui hai lavorato c’è l’allestimento di una mostra del MUBA.

Al MUBA sono stata chiamata insieme a Lola Ottolini da Monica Guerra, curatrice specializzata in formazione didattica, per l’allestimento della sezione “La camera delle meraviglie” della mostra “Natura” inaugurata il 23 Gennaio scorso. Una mostra destinata alle scuole e alle famiglie, in cui era fondamentale, oltre all’aspetto tecnologico, anche quello della normativa di riferimento del bambino, la particolarità dei materiali, la progettazione e la percezione visiva dello spazio pensato per i bambini… L’idea di Monica Guerra era di far prendere in mano ai bambini i materiali per sentirne la porosità, le microparticelle. I materiali, organizzati in diversi cassetti, provengono tutti dalla natura, dal bosco, dal mare, dalla terra, e vengono analizzati in macro e micro maniera, sia toccandoli sia attraverso una specie di penna macroscopica che trasmette un impulso su un grande monitor che rende ogni particolare una cosa meravigliosa.

Il progetto che ti ha emozionata di più?

Quello del MUBA sicuramente è uno dei progetti a cui mi è piaciuto lavorare tantissimo, ma vivo ogni progetto con molta passione. In questo periodo mi sto occupando, con l’associazione culturale May in cui sono presenti anche Monica Guerra e Lola Ottolini, di “allestimenti partecipati”, progetti che durano un giorno in cui vengono coinvolti i passanti. Un modo stimolante in cui potersi incontrare, discutere sulla base di un tema e sviluppare delle azioni collettive. Un esempio è l’allestimento “Museo per un giorno“ sviluppato per il Garibaldi Kult, in cui ogni persona doveva portare un oggetto trovato in giro per il quartiere Garibaldi che veniva messo in mostra insieme a un pensiero scritto su una targhetta. In questo modo i passanti stessi sono stati i progettisti dell’allestimento.


Lula Ferrari si è laureata in Architettura al Politecnico di Milano. Ha svolto attività didattica in qualità di cultore della materia dal presso il Politecnico di Milano per il corso di Progettazione Architettonica e di Allestimento. Ha svolto attività didattica presso l’ISAD (Istituto Superiore di Architettura e Design) per il corso di allestimento e stand con il prof. Pierluigi Salvadeo. Si occupa di progettazione architettonica di interior design e di allestimenti espositivi. I percorsi intrapresi sinora le hanno consentito di sperimentare un campo molto ampio di interventi progettuali, tutti accomunati dall’obiettivo di raggiungere una qualità dell’immagine sempre più ricercata.

 

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