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Dune – parte due

di Francesca Bianchessi

Se dovessi descrivere “Dune – parte due” con una parola, quella parola sarebbe “maestoso”. Se ne dovessi aggiungere un’altra sarebbe “pulito”.

Forse non la coppia di parole che vi aspettereste, ma le sottoscrivo: “Dune – parte due” è un film maestoso e pulito. Le soluzioni visive trovate per la realizzazione delle ambientazioni e dei costumi risultano efficaci anche per chi, come me, non ha letto i libri. Sappiamo tutti che, com’è ovvio, i libri ampliano sempre e di molto il mondo che vediamo sulle pellicole, l’abilità del regista sta nel rendere i tagli (o le aggiunte) credibili e funzionali.

Questa operazione il regista Denis Villeneuve (Sicario, 2015; Blade Runner 2049, 2017) l’ha già fatta in un altro film di fantascienza: Arrival del 2016. La differenza tra Arrival e i Dune sta nel materiale di partenza che, nel primo, è un racconto di poche pagine (Storia della tua vita, Ted Chang), su Dune, l’autore Frank Herbert, ci fa un trattato. 

Villeneuve quindi ci restituisce un film comprensibile, per questo “pulito”. Ci prende per mano e ci accompagna nell’esplorazione di un mondo, che è una delle fascinazioni legate alla fantascienza, dicendo esattamente ciò che abbiamo da capire per seguire la storia.

Più che dicendo, mostrando.

Sapete che uno dei motti del cinema è “show, don’t tell – mostra, non spiegare”, vero? Ebbene, le soluzioni visive adottate dal regista sono estremamente efficaci. Gli Harkonnen e il loro mondo che gira attorno ad un sole bianco (quindi la luce non è gialla e calda come la nostra) ha una resa pazzesca poiché anche lo spettatore meno esperto, può accorgersi che quello non è semplicemente un bianco e nero: è proprio una diversa fonte di luce.

Ma la stessa resa del pianeta Arrakis è grandiosa, pur nella sua semplicità e nel suo essere in fondo… vuoto, desertico. Ecco si può dire che l’operazione di Villeneuve per questo film sia stata quella di togliere, di scolpire quel blocco di marmo che è la storia di Dune per restituirci una forma alla portata di tutti. Si aggiunge questo al “maestoso” di cui sopra: le scene sono così enormi ed eleganti che non si potrebbero definire altrimenti.

Aiutati in questo da uno strepitoso Austin Butler (Feyd-Rautha) che vestito da Voldemort-Hellreiser, inquieta anzichenò, e dal restante cast che dire stellare è dir poco. 

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In questo senso, mi è parso una bella costruzione l’arco narrativo del protagonista interpretato da Timothée Chalamet (Paul Atreides), già in vista di un destino da anti-eroe.

Infine, la cosa che avrei voluto vedere di più e che forse manca, è un’esplorazione più profonda del lato chiamiamolo mistico di Dune. Una versione meno scientifica, più misterica delle visioni di Paul e delle Bene Gesserit, che credo fosse tra i motivi per cui per primo Lynch (Eraserhead, 1977; Velluto blu, 1986) tentò l’impresa di portare il romanzo su pellicola. Tentativo accarezzato e poi fallito anche da un altro regista: Alejandro Jodorowsky (La montagna sacra, 1973).

Non rimane che attendere il terzo film, che riprenderà il secondo libro di Herbert, per capire se la trilogia avrà una conclusione degna dei primi due capitoli e se, a differenza dei suoi predecessori, Villeneuve riuscirà a portare a termine la versione cinematografica di questo colosso cinematografico.

Arrivederci al 2027!

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