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Governance

di Ludovico Riviera

Un film illustrativo, un altro (come pare stiano andando ultimamente di moda, specialmente in Italia) di quelli basati sul principio narrativo del lento, inesorabile declino dei protagonisti in un finale drammatico (?), questo Governance – Il prezzo del potere, pellicola di Micheal Zampino (1967, italo-francese, già regista de L’Erede, 2011).

Il soggetto dell’opera pertiene al genere del thriller aziendale: Renzo Petrucci (interpretato da Massimo Popolizio) è un manager di un’azienda petrolifera. Il suo personaggio è il prototipo del dirigente ipermascolino, certamente dotato di fiuto per gli affari, ma alquanto sprovvisto di moralità: pater familias degenere, tradisce la moglie ed è disprezzato dalla figlia; ha un’amico ‘particolare’, Michele (un meccanico ex galeotto il cui volto è quello di Vinicio Marchioni), con cui frequenta i paninari del circondario romano.

Vinicio Marchioni Massimo Popolizio

Michele sta aspettando che Renzo espleti una promessa di ingaggio, e che lo sistemi presso una delle sue stazioni di rifornimento: ma il dirigente, a causa di alcune intercettazioni riguardanti un processo, viene deposto dal consiglio aziendale, e sostituito con una manager più ‘green’.

Petrucci non manda giù la storia, e dalla sua ingerenza prendono moto gli accadimenti.

L’opera di Zampino è, come dicevo, illustrativa: non è un film che si distingue per un’autorialità prorompente, ma preferisce mantenersi su sentieri registicamente più artigianali, funzionali ad una narrazione lineare, scritta con onestà, senza particolari guizzi di genio.

Il focus della pellicola si concentra quindi sui due protagonisti, amici la cui diversità funge da vettore esplorativo di due tipologie di uomo moderno: il virile Petrucci, un cacciatore scafato, dalla fame insaziabile e incapace di concepire il fallimento può essere letto come la caricatura malvagia del maschio alpha; il povero Michele invece, è colui che prospera nell’umiltà, un gregario certo buono, ma incapace di barattare la propria banale sopravvivenza con ciò che sarebbe invece giusto fare.

Le produzioni italiane, ed è già qualche recensione che lo scrivo, stanno alzando l’asticella: la concorrenza con l’intrattenimento estero è feroce, e la convivenza sulle piattaforme di streaming enfatizza i possibili paragoni. Questo scontro frontale sta finalmente facendo muovere – con anni di ritardo rispetto il mondo anglosassone, certo – gli sforzi tecnici e creativi dei cineasti europei, che nello specifico caso italiano sono supportati da una scuola attoriale di grande caratura (non si può non apprezzare il chiaroscuro teatrale che Popolizio e Marchioni conferiscono a personaggi altrimenti piuttosto blandi), forse il vero elemento di discrimine tra noi e ciò che stiamo sforzandoci di assimilare.
Ma urge, secondo me, anche il coraggio di andare oltre la semplice marca d’intrattenimento, i cui obiettivi possono essere raggiunti nutrendo ben altre aspirazioni.

Massimo Popolizio

Questo Governance si regge infatti quasi interamente sulle spalle dei due protagonisti – soprattutto quelle degli attori che li interpretano: sono loro che conferiscono tridimensionalità alla storia che, già di per sé scarna, non dispone nemmeno di altri volti o caratteri magnetici: tutto è un impressionistico contorno agli eventi prodotti dalla giustapposizione di Renzo e Michele. Il risultato è un film certo decente, ma che lascia una sensazione di non finito, come se mancasse qualcosa ad una vicenda i cui momenti migliori sono proprio quelli dove la narrazione divaga, uscendo dai canonici, sicuri binari della parabola stereotipata, moraleggiante benché certamente impregnata di sano (ma purtroppo, anch’esso irrealizzato, perché solamente accennato) realismo.

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