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Kate Winslet è Mare Sheehan, una detective di Easttown, Pennsylvania, che si ritrova a indagare sull'omicidio di una ragazza e sulla misteriosa sparizione di un'altra

Omicidio a Easttown

di Ludovico Riviera

Omicidio a Easttown (banale traduzione italiana del più introspettivo Mare of Easttown, col nome della protagonista) è una bella miniserie. Molto bella.
Ideata da Brad Ingelsby e interamente girata da Craig Zobel, è distribuita da HBO, in Italia visibile su Sky.

Si tratta di un thriller poliziesco dall’impianto tradizionale, connotato da una fortissima vena esistenzialista. La storia si conforma secondo i crismi del racconto hard boiled: Mare Sheehan è una vissuta, ottima (ovviamente solitaria e burbera) detective di un ordinario distretto di Philadelphia, il plumbeo Easttown, i cui abitanti sono falcidiati, oltre che dall’intreccio di drammi personali che lentamente emergono episodio dopo episodio, da recenti casi di sparizioni e, infine, addirittura un omicidio. La comunità periferica appare legata: l’immagine è quella di un gruppo di onesti paesani che collaborano amichevolmente, tentando per quanto possibile di mettere da parte antipatie e conflitti, che rimangono occultati, pronti però a sclerotizzare improvvisamente.

Grazie a quest’atmosfera di finta ospitalità, la serie (della quale farò poche anticipazioni: è comunque un giallo) vanta una notevole tenuta narrativa: la storia si dipana gradualmente, con un ritmo crescente che non risulta noioso, nonostante una lentezza oramai inusuale nei prodotti di intrattenimento.
Di fatto, si tratta di un lungo film, orchestrato con pochi, ma giusti, colpi di scena.
Ogni personaggio, benché ammantato da un’aura di diffidenza, è delineato con precisione, ogni comprimario ha una propria credibilità individuale e un ruolo preciso nella costellazione di incroci che il racconto percorre nel suo svolgersi: anche le vicende secondarie, se non fondamentali allo sviluppo della vicenda centrale, sono ottimi sipari di mesta tragedia statunitense.
Vediamo chiaramente – come quasi sempre accade coi prodotti made in USA, che non possono fare altro che raccontare la loro civiltà di provenienza – come le apparenze di una società fortemente improntata all’etica del dovere finiscano col soffocare i vagiti d’aiuto dei singoli individui che la compongono: Easttown è popolata di apparentemente placide famigliole, le quali si rivelano portatrici di problemi non da poco: tossicodipendenza, adulteri, adolescenti incapaci di empatia o di razionalizzare emozioni, violenza occultata e prostituzione minorile; imperfezioni che, anche se occultate nei meandri di un tessuto sociale altrimenti intonso, contribuiscono però a tesserne la trama.

La protagonista, magistralmente interpretata dall’ottima Kate Winslet, non è certo priva di macchia, ella è anzi la prima, da protagonista, a porsi sotto il vaglio dello spettatore: una detective competente e ostinata, la cui corazza è il triste risultato del suicidio del figlio maggiore, trauma insuperato che offrirà ottimi spunti d’introspezione, oltre che (apparenti?) collegamenti coi casi da risolvere. Mare mostra chiaramente come sia la sofferenza il filo che lega la comunità di Easttown, i cui gruppi di amici paiono connessi più dall’aiuto reciproco che si offrono l’un l’altro per superare questa o quella peripezia, che da un amicizia effettivamente disinteressata. Talvolta è anzi proprio la consuetudine, il salvataggio delle apparenze, a fomentare l’omertà che ostacolerà le indagini; Mare si ritroverà, nel corso delle due investigazioni incrociate che impegneranno i sette episodi, a dubitare di persone a lei vicinissime, e non senza commettere errori: dettaglio che conferma la sua natura fallibile e fin troppo umana.

Nonostante l’inevitabile intensità della serie, è quasi un sollievo vedere questo sceneggiato non edulcorato, fortemente realistico, in cui peraltro nessun personaggio è contagiato dal caramelloso aspetto di perfezionismo bulimico necessario alla maggior parte delle produzioni.
Messa alla prova da inaudite sofferenze, Mare sarà un’emissaria della medesima piaga che colpisce, episodio dopo episodio, ciascun suo conoscente o amico. Nonostante l’ostruzionismo, continuerà integerrima le indagini, che la porteranno a inimicarsi conoscenti, a perdere talvolta il controllo: la sua abnegazione non le impedirà, comunque, di esercitare una forma di compassione nei confronti degli sfortunati per i quali è latrice di cattive notizie, regalando agli spettatori momenti di profonda umanità, nei quali la detective non si pone mai come neutrale esecutrice della legge, ma compartecipa con interessamento al dolore dei suoi concittadini, se meritevoli.
Omicidio a Easttown è una serie che è quasi una parabola cattolica, com’è infatti cattolica la comunità di abitanti stessa.

I momenti di sollievo, i risvolti di trama più spensierati non mancano, e aiutano a sopportare lo strenuo realismo del prodotto, che non disdegna repentini momenti di azione o apici di tensione peraltro caratterizzati da alcune magistrali sequenze di inquadrature – il regista Craig Zobel si dimostra un artigiano eclettico, capace di gestire le più disparate situazioni narrative, legando organicamente i diversi toni del racconto, a volte addirittura imbrogliando efficacemente lo spettatore.

Poster e locandina. ©HBO

La serie non è per spettatori di primo pelo.
I thriller, specialmente se fortemente psicologici e ben fatti come questo, richiedono una certa dose di esperienza per poter essere apprezzati. Un’altra serie dello stesso genere è The Undoing e ne abbiamo parlato qui.
Con Omicidio a Easttown non stiamo parlando di semplice intrattenimento: non si tratta di un’indagine deduttiva alla Sherlock Holmes, o di banali sparatorie da action-movie.
Questa serie è un discreto capolavoro, capace di restituire una violenza, una crudezza e una sofferenza che riconosciamo come nostre, come possibili e quotidiane, ed è per questo che sa offrire dei momenti di genuina empatia allo spettatore, come raramente mi è capitato di provarne con altri recenti prodotti di genere poliziesco.
Omicidio a Easttown si fa portatore di una moralità che mantiene la decenza di non diventare un “-ismo”, ma di rimanere ben salda entro le radici del senso comune che permette alla maggior parte di noi, fortunatamente, di non diventare dei mostri. Ricordandoci allo stesso tempo che non tutti hanno la stessa forza d’animo.

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