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Volevo nascondermi

5 Novembre 2020
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di Marta Dore

Avevo 8 anni e la nostra tv era ancora in bianco e nero. Mi ci sedevo davanti sul divano con la mia mamma, mio papà e mio fratello e guardavo la storia di un uomo che mi faceva un po’ paura, una specie di “barbone”- come si diceva allora – che però sapeva dipingere benissimo, con le mani avvolte in stracci e gli occhi pieni di malinconia. Quella storia mi appariva come una fiaba, ma mia mamma mi diceva che era una storia vera.

Per me e per i bambini della mia generazione, Antonio Ligabue aveva la faccia lunga e magra di Flavio Bucci, ma anche quella –reale e spaventosa– del “vero naif” ripreso da Romolo Valli nel 1962 in un documentario prezioso e sconvolgente, che mia mamma mi fece vedere dopo che la Rai aveva trasmesso il suo sceneggiato.

Oggi la faccia e il corpo di Ligabue sono quelli di Elio Germano nel film di Giorgio Diritti Volevo nascondermi, uscito in sala subito dopo il lockdown. Il film ricostruisce con una temporalità non lineare la vita del pittore nato e cresciuto in Svizzera, poi da lì espulso e mandato in Italia, a Gualtieri, nel reggiano, la terra del suo patrigno. È la storia di un uomo “nato male”, abbandonato dalla sua mamma ragazzina, con difetti fisici che lo rendono lo zimbello degli altri bambini, capaci di umiliarlo con la ferocia innocente che è propria dell’infanzia, ma vittima anche di tanti adulti.

Rinchiuso a più riprese in istituti di correzione per bambini “storti” o “matti”, a tratti amato, a tratti rifiutato dalla madre adottiva, come una matrigna delle favole, Toni sarà segnato per sempre nella psiche e a livello emotivo dalla sua infanzia infelice e violenta. Arrivato a Gualtieri in pieno periodo fascista, quando essere diverso era una condanna senza appello, rifiutato dalla comunità, a più riprese internato in manicomio, andrà a vivere nei boschi, vicino alla natura e agli amatissimi animali.

L’incontro con alcune figure -lo scultore Renato Mazzacurati e sua madre che lo accolgono nel fienile della loro villa, lo scultore di lapidi Andrea Mozzali che diventa suo amico sincero, il giornalista che promuove il suo lavoro nelle gallerie romane, la Cesarina, suo amore mai compiuto – segneranno le tappe del suo riscatto.

È infatti soprattutto una storia di riscatto quella che racconta il regista bolognese. Dopo le prime, dolorose scene di Ligabue in manicomio nascosto dentro un sacco o preso brutalmente in giro da bambino o, ancora, deriso e umiliato da ragazzo nella dura lingua tedesca, lentamente il film si apre a momenti di dolcezza e a uno sguardo perfino ironico nel seguire le vicende e l’evoluzione di questo strano personaggio, così vicino alla natura e agli animali, dotato di un talento enorme del tutto autodidatta, ignaro dell’esistenza di artisti come Van Gogh o i Fauves che pure ricorda nei suoi quadri.

Giorgio Diritti scrive nelle sue note di regia: “Rileggendo il percorso della sua vita, appare evidente quanto il suo essere visto come “diverso” sia l’origine di molte delle sue sofferenze ma anche il nucleo generativo della sua identità artistica e del suo successo”.

L’interpretazione di Elio Germano, premiato con l’Orso d’argento al Festival di Berlino, è perfetta: intensa, ma senza sbavature, secca, concentrata, drammatica, tenera. Non era facile per l’attore romano affrontare un personaggio così a rischio di macchietta e che per di più era stato interpretato in modo indimenticabile da Flavio Bucci nello sceneggiato Rai del ’77. La sfida è stata raccolta e vinta nel miglior modo possibile: Germano crea un Ligabue diverso, ma eterno quanto quello di Bucci.

Giorgio Diritti, dal canto suo, esprime qui, ancora una volta dopo L’Uomo che verrà e Il Vento fa il suo giro, tutto il suo amore per il paesaggio, l’umanità e le atmosfere rurali del nord Italia. E ancora una volta racconta una storia commovente, con una sensibilità delicata che contraddistingue ogni suo lavoro. È una fiaba intima e amara quella che mette in scena Diritti, anche dal punto di vista visivo, ed è davvero un film da non perdere.

 

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