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La sperimentazione del mondo visto dal dettaglio al Teatro dell’Arte

19 ottobre 2018
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di Federica Piergiacomi

Il teatro è prima di tutto rituale e magico, non è una rappresentazione. È la vita stessa in ciò che ha
di irrappresentabile.

Questo sosteneva Antonin Artaud nei primi trent’anni del Novecento con la sua forma di Teatro della Crudeltà, e oggi ritroviamo questa spinta ideale nel lavoro di un regista, Philippe Quesne, e della sua compagnia, Vivarium Studio, andato in scena pochi giorni fa al CRT a Milano.
A riaprire la stagione del Teatro dell’Arte arriva, o meglio, ritorna, dalla Francia, questo artista visivo che abbiamo avuto la fortuna di incontrare nella scorsa primavera durante la prima edizione del FOG (Triennale Milano Performing Arts). Nessuno meglio di lui avrebbe potuto inaugurare la stagione segnando un forte continuum con il lavoro che Umberto Angelini sta portando avanti dal gennaio del 2017. Proprio su questa scia di teatro di innovazione e di ricerca spinge la scelta di aprire la stagione con uno spettacolo la cui prima scena riprende l’ultima scena dello spettacolo precedente, la Mélancolie des dragons esordisce infatti su una radura ricoperta da un manto di neve immacolato su cui sembra essersi fermata un’auto in panne, la stessa scena con cui si concludeva The Serge’s effect.

La mèlancolie des dragons – Philippe Quesne – Thèatre Nanterre-Amandiers

Provenendo dalle arti visive, l’autore-regista conferisce un posto rilevante alla creazione plastica nelle sue opere, dove gli oggetti e la visione d’insieme raggiungono un’indiscutibile bellezza formale. Grandi fogli di plastica che, posti di fronte a un ventilatore, si gonfiano con l’aria e si trasformano in altre forme oniriche. Tutto questo viene accostato dal tema musicale, il quale non svolge un ruolo meno centrale nella creazione di Quesne, dove il discorso non è necessario, fornisce, effettivamente, i principali riferimenti utili alla comprensione dell’azione e accompagna, ingrandendole, queste forme plastiche.
Ma minimal non sembra essere solo la scena, un altopiano innevato immerso in un contorno di alberi al cui centro sosta un’auto con un rimorchio, la drammaturgia, infatti, pone lo spettacolo nel registro della favola assurda, basandosi meno sulla capacità del verbo di spiegare l’azione che su quella delle situazioni di creare un’atmosfera. Prendendo in prestito vari elementi dal registro della farsa, molto dello spettacolo sembra basarsi sugli effetti della ripetizione e dell’incongruenza, delle compensazioni e delle aberrazioni che portano ad una risposta inconsapevole del pubblico. Il pezzo è pieno di quadri improbabili che rompono con il tono atteso di nostalgia, disgusto per la vita o depressione, come Isabelle che entra completamente nel cappuccio per lasciare una testa difettosa.
Con tutto questo Quesne rompe anche l’immagine della malinconia come espressione della vanità del tempo, un tempo che qui sembra perfettamente sospeso, anacronistico e fuori fase, la troupe uccide il tempo divertendosi, piuttosto che scegliere di essere consumato da esso. Il dramma sembra essere scritto da aggiunte, che danno tutto l’aspetto di una successione di micro-eventi, piccole scene che partecipano ad un affresco totale che va oltre quello che viene rappresentato, ma tutto questo è assolutamente pensato e niente avviene per caso.
Il segno rappresentativo del drago, elemento standard di fantasia, con cui il regista vuole rendere omaggio alla fantasia infantile sviluppa fortemente l’estetica di un meraviglioso all’interno del reale.
Questi personaggi, pur essendo di buona volontà, mettono sotto i riflettori la pratica del dilettante, mobilitando la serietà che è solitamente messa in gioco dai bambini.
Lo spettatore insieme agli attori ha diritto a un esaustivo tour di scoperta del parco dei divertimenti, che è, necessariamente effimero, e che dà la possibilità di vedere uno spettacolo installato ogni giorno in nuove terre composto da piccole cose, oggetti più o meno ordinari, piccoli effetti speciali, che includono acqua, fuoco, aria e terra, i quattro elementi che, secondo la filosofia greca, compongono tutti i materiali che possono essere trovati sulla Terra.
Il finale permette a Isabelle di dominare il parco dei divertimenti dall’alto di una scala per contemplare tutti gli elementi eseguiti simultaneamente restituendo al pubblico un invito a guardare il mondo dal dettaglio.
Ed è proprio sui dettagli che si basa la nuova stagione teatrale del Teatro dell’Arte, dando, a partire da questa scelta, la conferma di voler offrire al pubblico teatrale milanese una o più esperienze italiane e internazionali di ricerca, innovazione e sperimentazione.

La mèlancolie des dragons – Philippe Quesne – Thèatre Nanterre-Amandiers

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