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Pierluigi Fresia: se l’arte è una licenza poetica

3 Luglio 2019
298 Views
di Erika Lacava

In mostra fino a fine Luglio “Out of Place”, personale di Pierluigi Fresia (Asti, 1962) alla Galleria Milano a cura di Francesco Tedeschi, seconda sua mostra in galleria dopo “Our brief eternity” del 2009.

Pierluigi Fresia porta avanti da anni un minimalismo figurativo che mette al centro dello sguardo un soggetto, generalmente naturale (un prato, un albero, un’isola, una mucca) e ne fa protagonista assoluto di uno sfondo sfocato o opacizzato. Immagini semplici, asciutte, che nella serie “Sketchbook” diventano quasi astratte, al limite della figurazione. Immagini scattate a colori e poi desaturate, cariche quindi, nativamente, di una ricchezza di colore che però si è scelto di nascondere. Le immagini infatti indossano un grigio sporco come variante morbida della realtà, in una luce che avvolge i soggetti senza inciderne i contorni. In un grigio quasi uniforme si sfumano i confini tra soggetto e sfondo in una patina di nebbia sottile, dove il “quasi” è il limite che permette di non perdere il soggetto definitivamente. All’interno delle immagini di Fresia è attivato una specie di filtro che permette di vedere e non vedere, di intuire un po’ vagamente, più come in un sogno che in una visione chiara. Un miraggio, un accenno, un sussurro di voci lontane.

Il richiamo all’orizzonte della parola non è casuale. Fresia fa uso del verbo da sempre, come aggiunta all’immagine  ma sopra un piano altro, che non si può mescolare. Come una scritta su un vetro da cui si osserva un paesaggio, come una velina posta tra noi e il mondo, o un sottotitolo alla realtà. Ma se dieci anni fa il lavoro di Fresia era incentrato sulle definizioni, con un abbondante uso della parola che era spesso in contrapposizione all’immagine, le opere presentate quest’anno alla Galleria Milano parlano dell’impossibilità di parlare.

Pierluigi Fresia, Afasia 02, 2017, Stampa su carta fine art, 70×90 cm, Courtesy Galleria Milano e l’artista

Una serie di immagini in mostra ha emblematicamente per titolo “Afasia”, come se dalle immagini ci si attendesse originariamente la parola. Ma anche nei precedenti lavori di Fresia, dove la parola era data, iscritta sulla fotografia, non era mai parola limpida, chiarificatrice, ma Sibilla di altre verità. Se nella mostra del 2009, “Our brief eternity”, si apriva una riflessione sul tempo, sulla provvisorietà, la mostra attuale parla invece di uno squarcio di spazio, che però non è dato. La fotografia per sua natura è un instante salvato dallo svanire del tempo, una scelta di un frammento spaziale e temporale insieme nel continuum di un vissuto. Una fetta di eternità, un momento di un luogo. Ossimori, impossibili da realizzare ma che accendono l’immaginazione. Una licenza poetica, oserei dire, che può fare quello che i mezzi da soli, la parola e l’immagine, normalmente non possono. Con i due mezzi Fresia fa invece poesia nell’arte, fa vedere il non rappresentato, e udire il non detto. In palese contraddizione con il mezzo fotografico che dovrebbe invece mostrare il visibile, il reale, e con la parola, che dovrebbe rimandare alla certezza dello scripta manent.

Gli orizzonti dell’indicibile e dell’inenarrabile in Fresia sono congiunti. L’immagine è inenarrabile perché è da immaginare, lasciata all’immaginazione dello spettatore. La parola è indicibile perché non mostra quello che dice, ma rimanda ad altro arbitrariamente. In questa arbitrarietà, oltre a far crollare le certezze della linguistica, si innesta la poesia dell’oltre. Si innesca una connessione che è poesia nel senso originario di “poiesis”, creazione, e l’atto del creare il legame, solo accennato da Fresia tramite indizi, è demandato tutto allo spettatore, dove i rimandi sono interni a lui stesso.

Ma cosa possiamo raccontare di immagini di campi in cui alcuni particolari rimandano a note a piè di pagina che a loro volta non rimandano a nulla? Nei nove lavori della serie “Ibidem” del 2019 i paesaggi sono “incastonati” a mezza pagina nella struttura di un libro, con piccoli numeri sui particolari delle immagini come richiamo alle note. Ma queste note, in basso, riportano unicamente la scritta “Ibidem” seguita dal numero di una pagina non data, senza ordine, senza cronologia, e soprattutto senza rimando. Note vuote, che rinviano allo stesso luogo, vuoto, a quel vuoto che è sempre lo stesso. Nell’impaginato dell’opera metà spazio della pagina è lasciato alla parola, o più che altro al vuoto in cui la parola galleggia. Un vacuum in cui far rimbombare la sua voce, come un’eco, ma che assomiglia in realtà solo al rimbombo del vuoto. Come in un vecchio lavoro concettuale di Fresia, “La voce di Dio”, dove un crocefisso era collegato a un amplificatore che restituiva un brusio inascoltabile.

 

Il lavoro di Fresia, come la serie “Ibidem” mostra emblematicamente, non svela il mistero del rimando, del denotato, ma continua a rimandare, a vuoto, a se stessa. Un cortocircuito nella semantica tradizionale, che farebbe trasalire De Saussure e lasciare senza parola lo stesso Wittgenstein che ha recuperato l’uso della parola come rifugio estremo dell’essere dopo l’attribuzione definitiva di un legame arbitrario tra significante e significato. A cosa serve quindi il rimando a piè di pagina, la parola? Dove stiamo andando? In “nessun luogo” visibile, evidentemente, in nessun luogo dicibile, fuori dal mondo e dal principio di realtà.“Out of place”.

 

Pierluigi Fresia (1962) vive e lavora nel Torinese. Sempre riconducile al concettuale, la sua ricerca ha impiegato diversi media: la pittura, e successivamente il video e la fotografia (talvolta in chiave multimediale), includendo spesso l’uso della parola. Ha avuto numerose mostre personali, tra le altre a Torino alla Galleria Martano, a Genova alla Vision QuesT 4rosso, a Bologna alla Galleria  Studio G7.

Pierluigi Fresia: “Out of Place”
a cura di Francesco Tedeschi
22 maggio – 31 luglio 2019

Galleria Milano
Via Daniele Manin, 13, 20121 Milano
www.galleriamilano.com

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