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Assassinio sul Nilo

di Francesca Bianchessi

Se vi è capitato di fare un giro nelle sale di recente, avrete notato la presenza di due film di Kenneth Branagh: “Belfast” e “Assassinio sul Nilo” ma è una casualità, tutta nostrana. In realtà il primo, è un film del 2021, semi-autobiografico che ben poco ha a che spartire con il film di cui andremo a parlare oggi. La filmografia di Branagh è un lungo lavoro sui classici, soprattutto di Shakespeare, sia come attore che come regista. Di tutti però, prenderemo in considerazione principalmente “Assassinio sull’Orient Exress” (2017) come paragone per “Assassinio sul Nilo” (2022) che è, come in molti sapranno, il secondo film che il regista trae dall’opera letteraria di Agatha Christie.

Cos’è cambiato tra questi due film? Qualcosa deve essere successo visto che il primo è stato un discreto successo, mentre questo secondo probabilmente non riuscirà ad andare in pari al botteghino. È vero che gli incassi non sono proprio un metro di giudizio equo, perché sensibile agli eventi del momento, però se le persone non sono convinte di andarlo a vedere, questo potrebbe essere un sintomo di un film che non convince a pieno.

No, non stiamo parlando di un brutto film, perché questo non possiamo proprio dirlo. Probabilmente, mentre sull’Orient Express la veste digitale era sì tanta ma non eccessiva, qui sul Nilo diventa davvero tanta. Attenzione, non brutta, tanta. Tanto che, qualche scena sembra un estratto di una pubblicità di profumi. Il che stride, considerando invece i costumi e le ambientazioni interne, che parlano di una cura teatrale, ambiente d’origine del regista.

Un’altra cosa che non premia il film è il cast. Mentre nel primo c’erano nomi pesi massimi di Hollywood, quei nomi che chiamano facilmente alla visione come Johnny Deep, Michelle Pfifer, Judi Dench (e molti altri), qui il cast è conosciuto, ma non ci sono i nomi di lungo corso. Tutti attori bravi ma purtroppo ricordati più per aver ricoperto altri ruoli che con i propri nomi e cognomi.

Ma veniamo al film vero e proprio. Innanzi tutto l’incipit è intrigante: iniziamo nella trincea dove Poirot è arruolato nell’esercito belga, il suo gruppo viene incaricato di riconquistare un ponte tenuto dai tedeschi. Ovviamente l’intuizione delle cellule grigie del nostro (futuro) detective si azionano e portano al successo della missione. Il ponte viene riconquistato ma esplode quando l’ufficiale in capo aziona accidentalmente una trappola, rimanendo ucciso lui stesso.
Ritroviamo poi Poirot in ospedale dove va a trovarlo l’amata Katherine, alla quale non si mostra subito in volto. Nell’esplosione infatti il volto gli è rimasto sfregiato ed è proprio Katherine a suggerirgli di farsi crescere i baffi.
Perché è un incipit intrigante? Perché da un lato va a risolvere una delle polemiche relative al film precedente: quella sui baffi. Troppo abituati alla versione di David Suchet, i baffoni di Branagh hanno fatto storcere il naso a molti, ma così trovano il loro senso all’interno della pellicola.
Un’altra cosa molto intelligente che fa questa scena è una sorta di “metonimia”. Per tutto il film infatti Poirot, si confronterà con l’amore e le sue inclinazioni e arriverà sì alla soluzione, ma la pagherà a caro prezzo, dando l’idea, come con il ponte, di una vittoria a metà.

L’amore e la malinconia trovano largo spazio nel film, tanto da divenire tema portante della pellicola. Forse per tracciare questo solco ci si è allontanati troppo da quella linea originale che è il marchio della Christie: il gioco con il lettore. All’epoca meno abituati al giallo, spesso l’autrice “barava” portando a soluzioni oggi conosciute, ma inventate da lei.

Non mi trovano d’accordo le critiche che vedono una forzatura nel cambio di colore della pelle di alcuni personaggi. Come fu la polemica di Hermione nella trasposizione teatrale di “Harry Potter e la maledizione dell’erede” (ignorando le polemiche ai successivi commenti della Rowling che non trovano spazio in questo articolo): il fatto che un attore possa interpretare un ruolo al di là del colore della sua pelle è anzi una cosa auspicabile. Specie se è una caratteristica che non toglie (o aggiunge) nulla alla storia e anche in contrasto con il film precedente dove invece c’erano si problemi per via di una coppia mista che, all’epoca, poteva dare scandalo.

Così come alcune scelte di regia, esteticamente molto belle ad esempio le inquadrature nel Tempio di Abu Simbel, dove ogni personaggio è da solo, come perso in un labirinto, e i piani sequenza sulla barca, non trovano continuità lungo la pellicola, spacchettata tra le pause di inquadrature del paesaggio che passa.

Continuo a non credere che sia un brutto film è, però, molto distante dalla storia originale. Insomma, carino, ma per tirare una somma su questo lavoro di restyling di Branagh, temo dovremo aspettare un terzo capitolo del celebre detective: Hercule Poirot.

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