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Hill of Vision

Hill of Vision

di Francesca Bianchessi

Hill of Vision di Roberto Faenza

Parliamo oggi di un film del 2022 di Roberto Faenza regista di “Jona che visse nella balena” (1993) e “I Viceré” (2007). Non segnaliamo a caso questi altri titoli del regista perché si inseriscono precisamente nella sua narrativa: un fil rouge di guerra e soprattutto d’Italia che viene riportato anche in Hill of Vision.

Trama: la storia di Mario Capecchi

Il film è quasi una biografia e narra dell’infanzia e della prima adolescenza di Mario Capecchi, Premio Nobel per la medicina nel 2007. La storia è affascinante: il piccolo Capecchi è nato nell’Italia Fascista e rimane solo durante la guerra, al termine della quale si trasferisce negli Stati Uniti assieme alla ritrovata madre dove, grazie allo zio, verrà iniziato agli studi scientifici.

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Una “quasi” biografia

Perché è una “quasi” biografia? Perché la storia di Faenza si prende parecchie libertà rispetto alla storia dello scienziato. Non è qualcosa che stupisce, spesso le biografie vengono romanzate per rendere la storia più intrigante, ciò che stupisce sono i cambiamenti narrativi scelti che aggiungono cose dove non sembrava esserci la necessità e toglie laddove invece, secondo me, il particolare poteva essere intrigante.

Andiamo più nello specifico: Capecchi, nella vita, si trova da solo perché il padre Luciano è un militare fascista e rimane disperso durante la Campagna in Nord Africa. Invece la madre, una poetessa fortemente antifascista, è arrestata come prigioniera politica e internata in un lager. Nel film il piccolo Mario ritrova questo padre, interpretato da Francesco Montanari, e lo trova in condizioni deprecabili con una ferita alla gamba, ancora pregno di vuota gloria fascista. La buona prova attoriale di Montanari però, non compensa il fatto che quel momento, non aggiunge nulla alla storia del piccolo Mario e non cambia la sua visione del mondo.

Un piccolo (piccolissimo) dettaglio che è un peccato invece aver perso è il contatto che c’era tra lo zio di Mario, Henry, insegnante a Princeton e collega di Einstein. Era questa l’occasione in due parole per far vedere allo spettatore cosa sarebbe stato: il superamento delle difficoltà della guerra e il raggiungimento di risultati accademici. O anche solo questi ultimi…

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Ph. Credits: @Jean Vigo Italia. Foto di Riccardo Ghilardi

Un racconto d’infanzia solitaria nella guerra

Non è affatto facile fare un racconto d’infanzia solitaria nella guerra, per chi però ha avuto l’occasione (e per chi no, lo consiglio) di leggere “La grande avventura” di Robert Westall, vedrà quanto può incidere su un bambino la sopravvivenza solitaria durante la guerra. In questo libro il piccolo Harry, inglese, si trova da solo dopo che una bomba sganciata da un aereo tedesco gli distrugge casa, uccidendo la sua famiglia e lasciandolo solo. Sono due personaggi diversi e, certamente a parità di esperienze, non è detto che si ottenga lo stesso risultato, ma Mario non “cresce”. Il Mario del film rimane lo stesso personaggio poco tridimensionale durante tutte le sue esperienze.

Sguardo critico

Arriviamo ad un altro problema presente nel film: è tutto un po’ “leggero”. Per certi versi mi ha ricordato, a proposito di italo-americani durante la guerra, “Unbroken” (Jolie 2014). C’è lo stesso effetto come dire “patinato” cioè quello che accade è terribile, tu spettatore sai che è terribile ciò che è accaduto ma, per qualche motivo, non lo senti. Rimane tutto un po’ distante ed è un peccato, perché la storia aveva tutti gli elementi per diventare un bel film di crescita e rivalsa.

Però dopo il recente Freaks out” (Mainetti 2021) di cui abbiamo parlato qui, che portava finalmente fuori dalla visione a “La vita è bella” (Benigni 1997), dove però la leggerezza dei toni era giustificata, questo film sembra un po’ fuori tempo. I dialoghi di Freaks out in particolare, sono estremamente vividi e verosimili, qui risultano un po’ posticci. Anche se, a onor del vero, sono moltissimi i prodotti anche editoriali, in cui gli autori adulti cercano di far parlare i bambini per come li vedono, risultando in dialoghi che mai bambino o ragazzo pronuncerà mai.

Costumi, personaggi e scenografie

Cosa salviamo del film? Sicuramente i costumi e le scenografie che fanno da sfondo alla vicenda e fanno respirare un po’ di varietà di mondo. I vari ambienti dell’Italia in guerra e dell’America rurale e il modo di vestire i personaggi, questi sì, ci fanno apprezzare il movimento in avanti della vicenda che altrimenti rimarrebbe un po’ ferma sui personaggi.

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