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The Matchmaker

The Matchmaker di Benedetta Argentieri

di Noemi Stucchi

The Matchmaker di Benedetta Argentieri

Siamo stati all’Anteo Palazzo Cinema per l’anteprima di The Matchmaker di Benedetta Argentieri.
Distribuito da Fandango e prodotto da Domenico Procacci e Laura Paolucci, il documentario è stato presentato Fuori concorso-non fiction nella Selezione Ufficiale della 79°esima edizione della Biennale Cinema di Venezia.

Trama del documentario

The Matchmaker si presenta in forma di intervista tra Benedetta Argentieri (giornalista e regista) e Tooba Gondal, nota jihadista britannica.
Come lei, centinaia di persone hanno risposto alla chiamata del fondamentalismo islamico. Abbandonata la propria famiglia in Inghilterra, a soli vent’anni parte per andare in Siria e aderire alle leggi del nuovo stato dell’ISIS.

The Matchmaker locandina film

Sono anni di guerre intense tra l’ISIS e il popolo curdo e il documentario parte da qui.
Con la caduta dell’ultima roccaforte dell’Isis in Siria, ad Ain Issa viene istituito un campo di prigionia abitato da quelle persone che hanno aderito alla Jihad fino all’ultimo. Sono le mogli e i figli dei combattenti dello stato islamico, donne e bambini che stanno scontando i crimini di guerra all’interno di un recinto, in attesa di giudizio.

Da sempre a fianco del popolo curdo, ora il lavoro di Benedetta Argentieri mira ad indagare in che condizioni vessano questi campi ed è qui che, tra le tante donne che le chiedono di poter raccontare la propria storia di fronte a una telecamera, incontra Tooba Bashir Gondal.

Il nome è famigliare: grazie allo studioso Simon Cotte (che vedremo nell’intervista), si viene a conoscenza che si tratta di una donna famosa che per anni ha usato uno pseudonimo: Umm Muthanna. Conosciuta come “The Isis Matchmaker”, tra il 2014 e il 2017 è diventata famosa su Twitter per aver arruolato donne da tutto il mondo facilitando loro l’incontro con i combattenti dell’ISIS.
Centinaia di persone al seguito sui numerosi profili social, poi nessuna traccia.

Davanti alla telecamera, Tooba Gondal si dichiara innocente e si racconta senza veli: dalla sua decisione di lasciare la famiglia in Inghilterra, gli studi universitari e una condizione benestante per partire da sola verso la Siria fino ai suoi tre matrimoni.
Si mostra come vittima di un sistema che l’ha sottomessa. Così vediamo i due lati della medaglia: da una parte è la mamma che vuole bene ai suoi figli e la ragazza simpatica che vediamo sullo schermo, mentre dall’altro sappiamo che è una donna che ha avuto un ruolo attivo all’interno dell’ISIS, più di quanto non ammetta.
Agli occhi dello spettatore non può che restare sospeso il giudizio sul suo reale pentimento.

Approfittando dei bombardamenti della Turchia del 2019, Tooba Gondal riesce a scappare dal campo di detenzione. Ritrovata in un secondo momento, ad oggi è in attesa di giudizio.

Stile di regia

Con uno sguardo ai film precedenti (I Am the Revolution e Our War), Benedetta Argentieri dimostra di voler continuare a dar voce alle donne.
Sono donne che combattono, protagoniste attive delle loro scelte, mai vittime passive di una narrazione che in qualche modo le vuole soggette a stereotipi e categorie.
“Non chiamiamole spose dell’Isis” ma cerchiamo di andare oltre allo stereotipo di una narrazione che è stata loro attribuita, ribadisce in sala.

In The Matchmaker questa volta Benedetta Argentieri si mette dall’altra parte del fronte di guerra.
Come si racconta il nemico?

Credo che ci sia tanto coraggio nelle persone che sono capaci di ascoltare. Sarebbe più facile mettere una linea di demarcazione tra ciò che è bene e male, il buono e il cattivo, ma il documentario spinge chi guarda a cercare di capire le ragioni di chi parla.
La sospensione del giudizio potrebbe suonare, per chi non ha ancora visto il film, come mancanza di presa di posizione; ma è proprio il contrario. Nel film traspare tutto lo sforzo registico (prima ancora, umano) nel cercare di andare oltre e capire quelle motivazioni che hanno spinto una donna come Tooba Gondal a fare quello che ha fatto. Lei, come tante altre.

Di fronte a un documentario che più che a dare risposte mira ad aprire molti quesiti, il pubblico ha approfittato della presenza in sala di Benedetta Argentieri per farle alcune domande. Un po’ di queste risposte sono state parafrasate e trascritte di seguito. Anche noi non siamo riusciti a trattenerci nel chiederle di più.

Domande

Come vi siete conosciute? È stato un incontro casuale o c’è stata una ricerca a monte?

É molto casuale, quando sono entrata nei campi subito dopo la battaglia di Baghouz è stata lei a chiedere di fare un appello al mio paese. Appena usciti dai campi abbiamo iniziato a googlare e abbiamo capito che quella era Tooba Goondal, la grande propagandista  dello stato islamico. È vero che c’erano altre donne, ma lei aveva avuto un ruolo attivo per così tanto tempo. Io ero alla ricerca di una protagonista per questo documentario. Dopo aver insistito con i permessi, ho chiesto e lei ha accettato senza neanche un momento di ripensamento.

Tu e lei, un corpo corpo tra giornalista e prigioniera, cosa ti è rimasto di questo incontro?

Mi sono rimaste tantissime contraddizioni rispetto a quello che è lei e il suo personaggio. Ci sono ancora domande a cui non si può dare risposta, nonostante siano passati 3 anni e mezzo da quel febbraio del 2019.

Abbiamo visto tutta l’intervista, lei nega qualunque tipo di coinvolgimento attivo nell’ISIS. Non abbiamo sentito delle testimonianze che dicono che Tooba abbia fatta qualcosa. Ci sono state delle accuse attendibili?

Ci sono delle accuse accreditate, lei ha arruolato almeno una dozzina di donne, tra cui 3 minorenni.

Per quanti anni sarà in prigione?

Al momento è in attesa di giudizio e rischia tra i 10 e i 30 anni per aver aderito a un gruppo terroristico. Non si sa ancora quando ci sarà il verdetto, basti pensare che per il Bataclan hanno dovuto aspettare 6 anni. Possiamo pensare che ci vorrà ancora del tempo prima che il processo cominci.

Come sei riuscita a rendere un certo distacco e sospensione del giudizio rispetto al coinvolgimento emotivo che hai vissuto?

Matteo Mossi ha cominciato a lavorare a questo progetto con me già a marzo del 2019. Abbiamo iniziato a montare il video nel 2021, c’è stato un periodo di tempo che ci ha aiutati a rendere quel distacco che volevamo dare nel raccontare questi messaggi. E poi ci sono i punti di vista, le domande collettive; ogni parola è pesata e ascoltata decine di volte.

In tutta la vicenda si avverte la presenza della Turchia. In rapporto alla sua storia, che cosa hai dedotto?

C’è un episodio particolare del film che mi ha fatto riflettere sul ruolo della Turchia in questa vicenda ed è quando Tooba Goondal racconta di come sia stata lasciata entrare in Siria dai soldati turchi nonostante la frontiera.
La seconda riguarda quello che è successo nel 2019: aveva lanciato una nuova offensiva a nord est della Siria prendendo di mira le prigioni dei campi dove centinaia di persone riescono a scappare e tornare in Turchia. Tooba Gondal è riuscita a scappare proprio in questa occasione.

Nel tuo precedente lavoro, I Am The Revolution, parlavi delle donne che hanno fatto la rivoluzione. C’è un filo conduttore con il tuo precedente lavoro?

Mi interessava vedere dall’altro lato per capire scelte che sono state diametralmente opposte. Eravamo impegnate nelle stesse battaglie a Raqqua e a Baghouz (ultima tappa territoriale dello stato islamico) ma su fronti diversi.
C’era la volontà di raccontare le donne dell’ISIS perchè negli ultimi anni sono state oggetto della narrazione mainstream: ce le hanno descritte come vittime o fanatiche, attraverso uno stereotipo occidentale. Non c’è mai stata la volontà di capire a pieno un fenomeno che riguarda migliaia di persone e dovremmo farci qualche domanda per cercare di capirne il perchè. In questi tre anni e mezzo ci siamo chiesti più volte come si racconta il nemico, non è stato facile.

Guardando il film mi sono arrivate una serie di sensazioni: all’inizio si può provare quasi fastidio nei confronti della sua ingenuità, poi mettendosi nei suoi panni si prova compassione. Lei si dichiara innocente ma alla fine allo spettatore resta il dubbio che si tratti, o meno, di un vero pentimento. É un messaggio che hai voluto  condividere ed è questo che volevi arrivasse?

Sono molto contenta che abbia suscitato queste emozioni così diverse tra loro perchè sono le stesse che ho provato anche io. Nessuno in realtà può veramente saperlo se non lei e il giudizio cambia negli occhi di chi guarda.

Tooba Gondall si racconta: i suoi figli e i suoi 3 matrimoni, la realtà vissuta all’interno dello stato dell’ISIS. Ci sono delle particolarità rispetto alla sua esperienza personale?

Durante l’intervista Tooba racconta spesso di come la maggior parte del suo tempo all’interno dello stato islamico sia rimasta vedova e non sposata.
Questa è una cosa particolare perchè nello stato islamico esistevano la maḍāfa, una casa apposita per donne non sposate. Spesso in queste case si viveva in condizioni molto difficili così da spingere le donne al matrimonio.
Il fatto che lei non abbia mai vissuto in queste case mi ha fatto pensare al suo ruolo all’interno dello stato islamico e a quello che a lei era permesso.
Questi privilegi continuavano ad essere esercitati anche all’interno del campo di detenzione. Sotto lo sguardo incredulo delle guardie, Tooba era rispettata e aiutata dalle altre detenute e poteva indossare il velo bianco cosa che, ad esempio, alle altre non era concesso.

Poche volte nell’arco dell’intervista dici: “Questa volta te lo devo dire” e “non ci credo”. Quale rapporto hai avuto nei confronti del tema della verità?

Le interviste sedute sono state tre sessioni della durata di sette ore e mezza. Dopo ogni sessione tornavamo e controllavamo tutto quello che lei ci aveva detto. Il giorno dopo glielo richiedevo. “Tu ieri mi hai detto questo, ma non è vero”. Sono questi i momenti in cui  la incalzo molto di più.

Cosa spinge le persone ad aderire a un’idea di radicalizzazione? L’odio può essere un motore alla base di questo tipo di scelte?

Tooba Gondall nega che la motivazione possa essere rintracciata nell’odio.
C’è un senso di vuoto che è molto comune a tante persone, un senso di smarrimento. In questo caso specifico, chi ha aderito all’ISIS ha scelto di abbracciare l’Islam radicale come regime di verità. Un qualcosa che dia delle risposte certe rispetto alla nostra vita; il trovare uno scopo, un significato.
Si tratta di scelte di adesione volontaria, ma quando si perde una guerra è facile pentirsi.

Benedetta Argentieri – biografia
Giornalista, regista e autrice.
La biografia ufficiale al sito: www.benedetta-argentieri.com

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