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Triangle of Sadness

Triangle of Sadness

Triangle of Sadness

Parliamo di Triangle of Sadness, ultimo film del regista Ruben Östlund con cui ha vinto la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes.

Triangle of Sadness

Ruben Ostlund a Cannes (c) PaulSmith – Credits: @Teodora Film

Risate amare e riflessioni pregnanti nell’ultima opera di Ostlund.

The Triangle of Sadness, titolo alquanto ermetico, si riferisce alla ruga che si forma tra le sopracciglia ogniqualvolta vengono aggrottate, magari in segno di disappunto.
Nel film di Ruben Östlund (1974), già regista di Forza Maggiore (2014) e The Square (2017, qui la recensione), il triangolo fisiognomico viene menzionato una sola volta, all’inizio, proprio ad introdurre il titolo dell’opera: durante un casting lo stilista di turno lo menziona al primo protagonista, Carl, modello insicuro a causa della relazione con una influencer capace di fatturare molto più di lui.
Su questa messa in discussione – lievemente retorica – dei ruoli tradizionali della coppia eteronormata parte l’espansione tematica dell’intera pellicola, che amplia il tema dell’imbarazzo e dell’inadeguatezza in un moto che culminerà letteralmente in una vera e propria tempesta.

Triangle of Sadness

Credits: @Teodora Film

Ostlund non è nuovo alla satira sociale, e diventa, film dopo film, sempre più abile nello smascherare l’ipocrisia latente (in realtà sempre più evidente) della società occidentale contemporanea. Se il film parte dalle pantomime di una coppia di giovani ricchi immaturi, estende gradualmente il fuoco mostrandoci una galleria di maschere affette da una grave forma di diffusa demenza: la mania di protagonismo e la sostanziale incomprensione del proprio ruolo nel mondo, accompagnato dalla cieca obbedienza allo stesso; la totale incapacità di azione sincera, istintiva, e il conseguente abbandono alle nevrosi di una quotidianità assolutamente non comune.

Triangle of Sadness Festival di Cannes

Credits: @Teodora Film

Trama e capitoli del film di Ostlund

Quando il film, diviso in tre capitoli, cambia setting, assume toni evidentemente più teatrali, adeguati a trattare sinteticamente una quantità di temi complessi.
In una crociera extra-lusso, vinta dalla giovane influencer, la coppia incontra la sfilza di coprotagonisti: memorabile il duetto tra il capitano di nave alcolista, americano e socialista (!) e il magnate dello sterco russo, fiero capitalista, che si sfidano a colpi di battute e citazioni tratte dalle rispettive ideologie di riferimento. Il tutto mentre la nave è in balia di violente onde, entrambi sono completamente ubriachi, e quasi tutti i passeggeri in preda ad un letale mal di mare.
La gente super ricca che popola la crociera è depauperata di ogni dignità: folli viziati incapaci di provvedere a loro stessi se non serviti con tutti gli ausili più costosi del caso (come elicotteri che trasportano due barattoli di nutella).
Lo sviluppo organico del film è veramente apprezzabile: dalle insicurezze di una coppia, si passa alla consapevolezza strisciante della sostanziale ingiustizia che porta i pochi a dominare sui molti – infatti è la vecchia magnate che inizia le danze, obbligando i proletari della nave a farsi un bagno: colta da un improvviso afflato sindacalista, enuclea tutte le pose radical chic alacremente impegnate a mostrare quanto interessi il bisogno degli ultimi.

Triangle of Sadness

Credits: @Teodora Film

Survival

L’ultima parte della pellicola è una chiara strizzata d’occhio ad una delle tipologie antesignane di reality: il survival.
Dopo un naufragio, una selezione dei personaggi si ritrova su un’isola deserta, costretta a sopravvivere coi ridicoli mezzi di individui totalmente privi di capacità non imprenditoriali: gli equilibri di potere si sconvolgeranno in maniera tragicomica, con venature psicoanalitiche.

Commento del film

The Triangle of Sadness costituisce un passo avanti rispetto al precedente – comunque film di livello – The Square: è una pellicola matura, in grado di dosare sapientemente la suspense, i tempi comici, a tratti addirittura elementi horror e uno schietto esistenzialismo pop che predomina l’atmosfera del film.
Ostlund entra secondo me a pieno merito tra il novero dei registi odierni da tenere d’occhio. I suoi film sono opere: magari non capolavori assoluti, ma pezzi di cinema ottimamente costruito secondo un’idea precisa, riferimenti colti – dalla filosofia alla storia del cinema, sono impossibili da cogliere tutti ma si sentono – e un certo fegato nell’infiocchettare tanta serietà con un cipiglio che non esito a definire sadico.

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