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DUE GENERAZIONI A CONFRONTO

9 Maggio 2016
1.324 Views
di Cristina Ruffoni

 

Nella meta’ degli anni 80’, i giovani di allora, abbagliati dai video clip di  MTV, frastornati dalla televisione trash commerciale e muniti di carte di credito, s’imbattono e sono travolti dal fenomeno degli scrittori Minimalisti americani. Due generazioni di ventenni e trentenni destinati a confrontarsi e specchiarsi non sull’ attualità ma sullo sviluppo di una realtà umana, sociale e politica ormai fuori controllo, degenerata in ostentata esteriorità.

Neo-minimalisti, post-hemingwayani, yuppie-generation, Post e neo-minimalisti, sono alcune delle definizioni articolate  da media, riviste e critici per distinguere questo gruppo di giovani scrittori reso noto dal New Yorker e pubblicati da case editrici quali la Knopf e la Simon & Schuster.

Il termine Minimalismo è già stato usato in arte, emblematiche le didascalie di Kossuth e i neon di Flavin e nel campo della ricerca musicale, inerente alla ricerca sulla riduzione compositiva, con riferimento alle suonate silenziose di Cage. In letteratura negli anni 70’, il padre dei giovani minimalisti e’ considerato Raymond Carver, anche se lui stesso prenderà le distanze, come succederà  poi per ogni singolo autore,  che rivendica la propria autonomia e indipendenza, rispetto al gruppo.

Bret Easton Ellis, David Leavitt, Jay McInerney, Tama Yanowitz e Paul Auster, sono solo alcuni degli scrittori dal grande successo non solo italiano, fin dall’ inizio del loro esordio.

Lo stile che li accomuna è sintetico, scarno, apparentemente superficiale, la scrittura frammentata ma monotona, come un piano sequenza cinematografico o simile  ai flash dell’incalzante musicalità dei video-clip. La struttura ideale è quella dei racconti brevi, adottata dalla maggior parte di loro, rispetto al romanzo.

Territory by David Leavitt, 1983 https://shortstorymagictricks.com/2014/07/22/territory-by-david-leavitt/

Territory by David Leavitt, 1983 https://shortstorymagictricks.com/2014/07/22/territory-by-david-leavitt/

La vita di quasi tutti i loro lettori risulta molto simile a quella narrata: inattiva, inconcludente e ripetitiva, anche se apparentemente frenetica e in movimento da un posto all’ altro, sempre con il desiderio di andare altrove, in uno spazio chiuso come quello della macchina, sulle freeways, da un locale a un party, un finto movimento scandito  da un dialogo ridotto e apatico, con la perdita del controllo delle proprie azioni. Questa passività ed apatia sono lontane anni luce dall’ avventura on the road di Jack Kerouac e completamente estranea  alla contestazione e alla rivolta della Beat Generation ma anche dalla malinconica rinuncia del giovane Holden di Salinger, destinato a non trovare risposte ai suoi dubbi e conflitti esistenziali.

Gli sconfinati spazi della frontiera americana si sono ristretti nei centri commerciali e nei fast food, anche la musica Rock per correre di Springsteen, e’ sostituita dal frastuono ripetitivo, artificiale e impersonale delle discoteche alla moda, come nel cult: ‘Le mille  luci di New York’  di Jay McInerney.

La passione per l’alcool  e per le sfide solitarie alla Natura di Hemingway e’ sostituita da cocaina e sesso senza fremiti o desiderio.

L’unica alternativa alla disperazione è l’ aridità interiore, l’omologazione dei rapporti umani e dei sentimenti. Anche la famiglia risulta un contenitore vuoto scandito da riti formali e una comunicazione superficiale e inesistente.

Quando Blair, la fidanzata del protagonista Clay,  di ‘Less than Zero’ di Bret Easton Ellis, gli domanda se l’ha veramente amata, lui  risponde negando ogni coinvolgimento con le simboliche parole: “Non voglio attaccarmi a niente, se ti attacchi a qualcosa sarà solo peggio, sarà solo un’altra cosa di cui preoccuparsi. Fa meno male se si è distaccati”.

La fine del sogno americano è ricordata in ogni momento ed e’ sempre presente l’intenzione sospesa di sparire e anche correre in macchina si trasforma in una forma collettiva di amnesia.

Dal romanzo di Jay McInerney 'le mille luci di New York' di James Bridges, 1988

‘Le mille luci di New York’ di James Bridges, 1988 tratto dall’ omonimo romanzo di Jay McInerney

Eppure, anche se le domande e le idee si erano apparentemente esaurite e sembrava non ci fossero più sensazioni da sperimentare, questa nuova generazione perduta di scrittori, rinnegata in parte anche da Fernanda Pivano, è stata per la generazione di mezzo,  per quelli nati negli anni 60’, troppo tardi, rispetto ai loro padri hippies e contestatori delle rivolte studentesche  e troppo vecchi in confronto ai fratelli minori apatici di fronte agli schermi digitali, un aggancio e  un campanello d’allarme rispetto ai cambiamenti in atto e alla crisi non solo economica imminente.

Alcuni degli autori stessi hanno finito per ripetersi stancamente e con rinnovata amarezza nei temi e nelle dinamiche psicologiche proposte negli anni successivi, altri, pur conservando la loro innegabile identità stilistica  e acuta intuizione rispetto al futuro,  si sono rinnovati nei temi proposti e in un nuovo acuto gusto ironico d’osservazione, con inediti picchi di lirismo, come il caso di McEwan e il suo ultimo  illuminante romanzo: Solar, che affronta temi come etica e scienza, salvezza del pianeta e manipolazione genetica.

Ognuno di loro, continua a rappresentare, una lente d’ingrandimento sul mondo, che solo la consuetudine alla lettura, può nonostante tutto, garantirci.

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