La Voce del Corpo 2016 – Intervista a Bruno Freddi

15 Giugno 2016
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a cura di Erika Lacava

LA VOCE DEL CORPO

Biennale di arte contemporanea
IV edizione, 2016

Intervista a Bruno Freddi, artista e performer, ideatore della rassegna

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Manifesto della rassegna. Grafica di Andrea Cereda

 

La rassegna “La Voce del Corpo”, giunta quest’anno alla sua quarta edizione, inaugura sabato 25 Giugno alle ore 21.00 e coinvolgerà, per due settimane, l’intero territorio di Osnago, Comune di circa 5.000 abitanti nella Brianza lecchese. Fino al 10 Luglio 2016, le strade, le piazze e le principali Ville storiche di Osnago ospiteranno le opere di artisti italiani e internazionali, con partecipazioni straordinarie dalla Germania, dal Belgio e dagli Stati Uniti. Le performance artistiche e di danza Butoh si concentreranno durante i fine settimana.

Incontriamo Bruno Freddi, artista e performer, ideatore della biennale di arte contemporanea “La Voce del Corpo, e Michele Ciarla, produttore e organizzatore teatrale per Anfiteatro.

Studio di Bruno Freddi, 11 Giugno 2016, Osnago (LC)

Iniziamo raccontando brevemente la storia della rassegna “La voce del Corpo”: quando è nata e come.

Quest’anno siamo giunti alla quarta edizione della rassegna. “La Voce del Corpo” non nasce specificatamente sul tema dell’arte contemporanea, ma originariamente solo sul tema del Butoh. Si trattava, nella sua prima edizione, nel 2009, di una delle prime rassegne del Butoh in Lombardia.

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OloArt, “La discesa delle Muse”, danza Butoh, La Voce del Corpo 2013

Con che intenti hai dato avvio a questa rassegna?

Il Butoh è una disciplina pochissimo conosciuta in Italia. È molto più conosciuta all’estero, negli Stati Uniti e in Germania in particolare. Io volevo portare il Butoh in Brianza: così, insieme ai miei collaboratori, ho iniziato a invitare alcune compagnie giapponesi. La danza Butoh non è una vera e propria danza, ha delle strette attinenze con le arti figurative. I danzatori di Butoh vengono in Europa negli anni ’50, dopo i fatti di Hiroshima, per scoprire la danza occidentale, ma arrivati qui scoprono qualcosa d’altro: scoprono che le loro esperienze e tradizioni erano legate alle nostre arti figurative e in particolare all’Espressionismo tedesco. Al loro ritorno in Giappone nasce questa nuova disciplina che è il Butoh, una disciplina contaminata, tra danza e arti figurative. I danzatori di Butoh rimangono sempre legati alle tradizioni. Il Nō e il Kabuki (teatro tradizionale giapponese, n.d.r.,) restano nei volti bianchi e nei canoni precisi da rispettare, ma ci sono delle “impennate”, e questo uscire dai canoni diventa il Butoh. I movimenti dei ballerini diventano più lenti, i loro corpi nudi sembrano quasi delle sculture. Dando possibilità al pubblico di vedere il personaggio fermo e nella terza dimensione, come in una scultura, si rimarca il legame molto stretto con le arti figurative.

Perché hai voluto portare il Butoh proprio a Osnago, e non in una cittadina più grande e centrale come Merate, Monza, o, perché no, Milano?

Perché io mi sono innamorato di Osnago, ho lo studio qui da tanti anni. Milano è dispersiva ed è difficile organizzare degli eventi. Speravo qui di trovare meno difficoltà a livello organizzativo, invece è difficile dappertutto (ride). Io non sono un organizzatore, io sono un artista: faccio “cose” (ride). La popolazione qui a Osnago ha accettato me e la mia proposta, e questa infatti è la quarta edizione della rassegna. La popolazione ha risposto benissimo offrendo anche ospitalità agli artisti, anche a gruppi e per più giorni.

Come si è arrivati a inserire le altre arti in una rassegna nata prettamente per il Butoh?

Ogni anno la rassegna è caratterizzata da qualcosa di nuovo. Gli spettacoli Butoh non portano sulla scena dei veri e propri spettacoli di lunga durata, ma diventano quasi delle performance. Anche gli artisti tradizionali Butoh (perché ormai si può parlare di tradizione Butoh, anche se ha solo sessant’anni) realizzano delle performance brevi di un quarto d’ora, dieci minuti. Anche noi in Italia abbiamo come tradizione la performance e il lavoro sul corpo, primi tra tutti Acconci e Gina Pane negli anni ’70. Visto il legame e i parallelismi tra Butoh e arti figurative, già alla Seconda edizione abbiamo aggiunto la Performance come forma d’arte affine. E poi, nella Terza edizione, l’Installazione, perché abbiamo visto che molti artisti lavorano come performer all’interno delle loro stesse installazioni. Sono tutte arti che non sono molto legate alla Pittura, e questo è il motivo per cui la pittura non è mai apparsa nelle edizioni della Voce del Corpo. Quest’anno la novità è la Street Art. Nella Terza edizione, in cui hai collaborato anche tu, c’era anche il Video.

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Erika Lacava intervista Bruno Freddi, a destra, e Michele Ciarla, a sinistra

Infatti, la Video arte è stata tolta da questa rassegna. Perché questa scelta?

Mi è parso che non avesse molto successo a livello di pubblico. Il pubblico si distrae facilmente, e se non c’è una proposta di grande impatto c’è poco pubblico. Il Butoh invece è una cosa molto particolare, lo si va proprio a cercare.

Quindi Osnago è diventato un punto di riferimento per il Butoh?

Non ancora, ma vorrei che lo diventasse. Per far questo però c’è bisogno di altro: bisogna che ci credano gli amministratori, innanzitutto. Ora stanno iniziando a crederci perché vedono che arriva pubblico da altri territori.

Qual è il riscontro di pubblico in termini di numeri, per ogni rassegna? E da dove viene il pubblico in prevalenza?

Nell’ultima rassegna ho fatto di tutto per restare fuori dai numeri perché non sono un organizzatore: non ho le qualità per fare l’organizzatore. C’è sempre stata molta gente, ma non ho assolutamente idea dei numeri. Arriva gente da tutto il territorio limitrofo. Quest’anno in particolare abbiamo fatto pubblicità anche fuori, a Milano, Bergamo, Lecco. Siamo stati pubblicati sulla stampa locale e su Il Giorno, ci sono sempre giornalisti che ci fanno interviste per i quotidiani e per la rete.

Nella scorsa edizione c’era stata una gestione diciamo “dall’interno”. Si era creato un collettivo di artisti che aveva gestito e curato la rassegna, dalla comunicazione, alla selezione, alla curatela vera e propria. Rispetto alla scorsa edizione l’organizzazione è cambiata: chi sono gli organizzatori di questa rassegna?

Quella della scorsa edizione era una possibilità molto buona e innovativa, ma non si è ripetuta. Quest’anno mi sono affidato in particolare a Michele Ciarla, che organizza eventi teatrali da tanti anni, ora con Anfiteatro. Michele è un organizzatore fantastico, è specializzato in spettacoli per ragazzi. Solo quest’anno ne ha organizzati 150, per darti la misura di quanto è bravo. Aveva visto i miei spettacoli Butoh ed era interessato a collaborare ma gli sembravano difficili da affrontare, da portare al pubblico.

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Giorgio Bartocci, Evoluzione e speranza, via Mazzini

Poi siamo diventati amici e abbiamo fatto partire il lavoro insieme. È stato un anno di confronto su tutto, anche sulle piccolissime cose, come l’ospitalità o i pasti agli artisti. Anche questo è essenziale in una buona organizzazione. Gli artisti sono molto disponibili, e questo è importantissimo, ma, per esempio, per la Street art avevano aderito in pochissimi a causa dei costi materiali di produzione del muro e delle giornate lavorative di lavoro. Quindi abbiamo pensato di offrir loro il materiale per la realizzazione del muro, il vitto e l’alloggio. E il numero così è aumentato.

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Alex Sala, “Milky War”, 2016, Legno di cedro, tondino in ferro. Villa galimberti

 

Quanti sono gli artisti di questa edizione e come li avete selezionati?

Gli artisti sono una sessantina, 62 per l’esattezza. Il comitato di selezione è composto da noi organizzatori e dagli amministratori in modo da poter decidere insieme quali muri usare e quali opere scegliere. Gli artisti invitati erano già stati precedentemente scelti con una selezione a priori. Del Butoh naturalmente gli amministratori non sanno niente, ma la cosa fondamentale è questa: che si parli di pace. Io volevo parlare di pace e il messaggio è passato. Questo argomento ha coinvolto sia l’amministrazione che gli artisti. Parlare di pace e di ambiente è una cosa forte, bisogna esserci dentro, sentirla come messaggio. Alcuni hanno interpretato la pace in senso più ampio, come Nicola Bertoglio che parla di pace interiore, e per noi proporre qualcosa che fa bene all’anima è sempre un’operazione di pace.

Nicola Bertoglio è uno dei miei artisti, arriva dalla galleria Zoia, come Federica Zianni. Vuoi farci il nome di qualche altro artista che ha interpretato particolarmente lo spirito della rassegna?

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Erik Burke, “Nostalgia”, 2016, murales. Via Pinamonte

Erik Burke, del Nevada, Street artist, che ha dipinto una serie di palazzi a Reno. I suoi bisnonni erano italiani che vivevano in Svizzera, in un paesino, Vogorno, in Canton Ticino. Tra qualche giorno si metterà in viaggio con il fratello per portare alla rassegna una fotografia del bisnonno che tiene sulle spalle un bambino. Metà la dipingeranno sulla torre dell’Enel, a Osnago, e l’altra metà su un muro in Svizzera, come una sorta di gemellaggio. Partiranno da Osnago il 25 Giugno e dovrebbero tornare per la fine della rassegna. Faranno tutto il percorso in bicicletta, rendendo questo loro “ritorno” alle origini una performance, da titolo “Nostalgia”, che verrà ripresa e montata in un video. Lasceranno una traccia del loro passaggio in altri luoghi durante il tragitto, come un percorso.

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Giordano Rizzardi, “Animal Machine”, Spazio Opera Fabrizio De André

Ci sarà anche un tuo contributo artistico alla rassegna?

Certamente! Nel Molgora torneranno finalmente i pesci! Tu conosci Albertino Casiraghy, vero? (artista e scrittore, fondatore della casa editrice Pulcino Elefante, n.d.r.) Ecco, in una delle sue interviste ha detto che è molto felice di vivere a Osnago, ma sarà veramente felice quando torneranno i pesci nel Molgora. Per quest’anno quindi ho preparato un’installazione: un lungo cavo di acciaio a cui saranno sospesi dei grandi pesci. Io parteciperò alla rassegna con due installazioni: “Sono tornati i pesci nel Molgora” e “Camaleonte pacifico” in Piazza Vittorio Emanuele. Mi farò portare una giara grandissima, all’interno della quale ci possono stare tre uomini, una bellezza di manufatto, in terracotta. L’installazione sarà composta dalla giara, da una figura umana che ricaverò da un grande tronco d’albero, da un grande nido d’usignolo, a ricordo di una poesia, e da un uovo: oggetti sempre più piccoli. Con queste sculture formerò in tutta la piazza un cerchio magico. È un’installazione che riguarda l’uomo, la natura e la mano dell’uomo sulla natura. Salendo le scale della piazza ci si trova davanti alla bocca della giara, e al suo contenuto. L’ultimo giorno della rassegna, il 10 luglio, di sera, da quell’otre uscirà una donna con il corpo dipinto di bianco, seminudo. Sarà il camaleonte pacifico. Uscirà dalla giara strisciando per terra su dei segni che avrò tracciato, e si arrampicherà, sempre strisciando, sull’albero fino in cima. Lì si cambierà d’abito, farà come una muta, e discenderà dall’albero portando con sé rami e armi, e li dividerà, in un gesto simbolico di rifiuto della guerra. Alla fine della performance, ci saranno le proiezioni ambientali di Daniele Fumagalli, proiettate sulle facciate delle case, sugli alberi e i muri della Piazza.

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OloArt, “La discesa delle Muse”, danza Butoh, La voce del corpo 2013

Durante l’inaugurazione del 2013 c’è stata “La discesa delle Muse” nel Parco Matteotti, a opera del gruppo OloArt. Quest’anno, durante l’inaugurazione del 25 Giugno, la nuova performance prenderà avvio dove è finita quella della scorsa edizione: sarà come il seguito della precedente, come continuità tra le due rassegne. Ci saranno dei corpi bianchi che sembrano dei fiori e dei frutti, un cavallo nero cavalcato da una sposa bianca. Uno dei performer sarà Marco Casiraghi, fratello di Albertino. Albertino Casiraghy invece farà la sua performance la sera successiva, il 26 Giugno, e terminerà segando il violino dopo averlo suonato.

Il pubblico che segue la rassegna è un pubblico specializzato, colto, oppure è un pubblico generico, semplicemente curioso?

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Allievi della scuola di I e II grado, “Il muro della Pace”, via Mazzini

Abbiamo sempre bisogno di curiosità: le tracce che lasci nell’animo della gente sono il mio scopo. Per questa rassegna, abbiamo chiesto alle scuole di Primo e Secondo grado di lavorare con i bambini sul tema della pace. Li abbiamo coinvolti nella realizzazione di un muro vicino al campo sportivo e di un altro in via Mazzini, contenente armi giocattolo che ci hanno donato i bambini stessi. Perché bisogna parlare di pace ai bambini, bisogna insegnare loro qualcosa. Noi sappiamo di dare qualcosa che farà bene al nostro spirito: se le persone saranno curiose di capire il perché delle opere d’arte, questo le aiuterà ad essere migliori. La mia massima soddisfazione è stata, nella scorsa rassegna, una signora che si è fermata in macchina davanti al mio studio e ha detto “Devo ringraziarla per tutto quello che ha fatto. Lei lo sa che il mio bambino ha visto tutta la rassegna, e adesso sta disegnando da tre giorni?”. Ecco: con un riscontro così, io sono felice. Questo è il senso delle cose.

Ci sono artisti che ritornano tra una rassegna e l’altra?

C’è la Giuliana Bellini, che nella scorsa edizione aveva presentato “Medusa”, che quest’anno presenterà un altro lavoro. L’immagine di questa edizione, una mano che nasce da una foglia, è di Andrea Cereda. E poi naturalmente ci sono Alberto Casiraghy e alcuni artisti Butoh del gruppo OloArt, Annibale Covini, Piera Fumagalli, Marco Casiraghi.

In che modo partecipa l’amministrazione di Osnago? Possiamo dire che l’arte sia finalmente riuscita a coinvolgere la politica?

Il Comune di Osnago partecipa alla rassegna purtroppo non ancora con un supporto finanziario, ma concedendoci gratuitamente l’utilizzo degli spazi, dallo Spazio Opera Fabrizio De Andrè appena ristrutturato, alla Sala consiliare per le conferenze, a tutte le piazze e i muri su cui faremo interventi artistici. In questa edizione l’amministrazione è particolarmente attiva: Marco Molgora, consigliere comunale con un passato da Sindaco, ci sta dando un grandissimo aiuto, così come Paolo Strina, anche lui ex Sindaco, e poi il Sindaco attuale, Paolo Brivio. Poi Maria Grazia Caglio, assessore alla Cultura, scenografa alla Scala: con lei abbiamo mappato tutto il territorio per individuare i muri adatti alla realizzazione degli interventi artistici, con un’ipotesi di percorso.

Con questi temi si vuole anche raccogliere un po’ l’eredità di Osnago, come paese da sempre “illuminato” e sensibile a Pace e Ambiente?

Osnago è stato sempre un paese molto ricco culturalmente. Sono temi che sono cari a tutta l’amministrazione comunale, che ha risposto con concerti, conferenze e iniziative varie sui temi della rassegna. Tutto il progetto nasce anche dai fatti tragici di questi ultimi anni: volevamo giocare sulla contemporaneità e legarla all’arte, e non parlare solo di bellezza, o di un concetto astratto.

Altre persone che hanno partecipato all’organizzazione?

Federica Duvia, bravissima, una persona piena di entusiasmo, che sta facendo da supporto pratico agli artisti in tutte le loro esigenze. Silvia Bellano, che ora è consigliera comunale, che ha partecipato all’organizzazione della rassegna fin dall’inizio, si sta occupando dell’ospitalità. Per esempio, adesso c’è Jonathan Grego che sta ultimando il suo lavoro sul muro e gli abbiamo appena portato i viveri! Deve finire entro stasera perché domani arriveranno altri artisti che dovranno usare le attrezzature. C’è un grande turn over.

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Bruno Freddi nel suo studio

Infine… Chi è Bruno Freddi? Come ti definisci: più artista o danzatore Butoh?

Essere artisti dal mio punto di vista significa avere una visione poetica della vita. Tutti abbiamo una nostra visione, ma l’artista riesce a tradurre questa visione della sua quotidianità, della sua vita, dell’esperienza totale, in un manufatto. L’opera è la manifestazione del sentimento dell’artista. Con l’esperienza ho scoperto che non si può parlare di arti visive separate, di pittura, scultura, che non c’è una demarcazione rigida tra le varie discipline perché è moto facile per un artista che ha una sua poetica “sconfinare”.

Come ti sei affiancato al Butoh?

Ho fatto teatro per tanti anni, andavo sempre a teatro, ma non tutto mi emozionava. Solo Kantor mi dava ancora emozioni perché era “oltre”. E quando vai oltre, la fantasia si impenna e inizi a creare. Ho iniziato a fare Butoh perché è simile a me. Ho scoperto il Butoh in California, a San Francisco, vent’anni fa in una libreria: non conoscendo la lingua, avevo scelto un libro con tante immagini, con delle figure bianche che sembravano quasi delle sculture, e invece erano ballerini, uomini di teatro. È una scoperta abbastanza recente, vista la mia età (ride). Però io mi vanto di venire dall’oreficeria: tutti i grandi maestri del Rinascimento, Ghiberti, Brunelleschi, erano anche orafi. Io a quindici anni ho iniziato a fare l’orafo, andando a bottega, e iniziando subito con la manualità. Ho anche creato una copia della corona ferrea del Duomo di Monza… ma questa è un’altra storia.

Quindi, chi sono io….. sono un frequentatore dell’arte. Possiamo definirmi così.

Per maggiori informazioni sulla rassegna e per vedere il programma completo degli artisti e delle performance, visitare il sito della rassegna www.lavocedelcorpo.it

BRUNO FREDDI

Bruno Freddi nasce a Mantova nel 1937; frequenta a Milano la scuola d’Arte del Castello Sforzesco, mentre inizia l’attività di orafo. Dal 1958 affianca alla pittura da una parte la grafica, la scultura, il design del gioiello e dall’altra l’attività di regista, autore e scenografo per la realizzazione di spettacoli teatrali con compagnie sperimentali. La sua prima mostra importante è alla galleria “Il Cigno” di Milano nel 1968, seguita nel 1971 dalla esposizione alla galleria Zanini di Roma e, nello stesso anno, dalla presentazione di una sua opera al Salone d’Autunno di Parigi. Dal 1980 al 1987 collabora con un importante Ente Nazionale curandone il settore arti visive; in questo ambito viene realizzata una grande mostra al Castello Sforzesco di Milano dal titolo “I materiali delle arti” con grande successo di pubblico e critica. Nel 1980 la galleria Blaszczyk di Francoforte, dove esporrà più volte, lo fa conoscere al pubblico tedesco.

Nel 1985 viene organizzata dal Comune di Monza una sua mostra antologica nella Villa Reale, dove in 29 sale del piano nobile vengono esposte più di trecento opere. Nel 1988 diventa insegnante di Yoga; fanno seguito due viaggi in India dai quali trarrà un’esperienza che influenzerà sensibilmente la sua opera pittorica. Nel 1995 esce, per le edizioni Salea di Milano, una serie di suoi racconti dal titolo “Chandela”, scritta insieme a Fabrizio Galli. Nel 1998 dà vita ad un gruppo di artisti di varie discipline tutte convergenti nella ricerca della stretta relazione tra teatro e arti visive: nasce il collettivo OloArt, che si indirizzerà poi verso un genere di teatro di sintesi, sperimentando una tecnica espressiva di origine orientale, il Butoh, con la quale realizza spettacoli teatrali occupandosi di soggetto, regia e presenza in scena. Continuano con successo le sue esposizioni in Italia in Germania. Ha partecipato a numerose mostre sia collettive che personali in Italia e all’estero e ha curato diversi progetti fra i quali “La Voce del Corpo”. Sue opere si trovano in diverse gallerie civiche e luoghi pubblici sia in Italia che all’estero, oltre che in molte raccolte di diversi collezionisti italiani e in collezioni estere, tra cui New York, Portald, Washington, Londra, Berlino, Bad Homburg. Bruno Freddi vive a Montevecchia mentre il suo studio si trova a Osnago, in provincia di Lecco.

MICHELE CIARLA

Michele Ciarla nasce nel 1955. È un produttore e organizzatore teatrale. Direttore Artistico della Cooperativa Teatrale “La Baracca” di Monza dal 1990 al 2000, dal 2001 al 2006 ha fondato e diretto la società di promozione e produzione spettacoli teatrali ed eventi culturali “Promedia” a Seregno. È stato Direttore artistico del Festival Internazionale di danza contemporanea“Adda Danza” dal 1995 al 2004. Dal 2006 al 2014 è stato Direttore artistico del settore Teatro della Cooperativa “Controluce” di Seregno, organizzando rassegne di Teatro Ragazzi e Stagioni di Prosa nel Vimercatese e nei comuni dell’alta Brianza e per il Circuito Teatrale Lombardo.

FEDERICA DUVIA

Federica Duvia (1991) ha studiato Lettere moderne e Filologia moderna con indirizzo artistico-performativo all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Per “La Voce del Corpo” si è occupata principalmente dell’aspetto organizzativo e di comunicazione, dal comunicato stampa alla realizzazione del catalogo. 

 

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