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Recensione libro: “Primavera breve”

17 Ottobre 2018
887 Views
di Cristina Ruffoni

“Io sono affascinato dalla diaspora, la lontananza mi pare più feconda della presenza. L’ebraismo come patria immaginata in altre patrie, questo mi affascina; l’ebraismo come esercizio di ricordo collettivo di uomini mescolati con altri popoli….”
Francesco Migliaccio

Nel tempo dell’informazione associata alle indagini di mercato e delle pubblicazioni assoggettate allo spettacolo dell’intrattenimento, Francesco Migliaccio, parte per Israele, seguendo le tracce degli ulivi, alla ricerca di qualcosa, che lui stesso non sa definire, non come turista ma come contadino, zappando in campi di ebrei e abitando in villaggi palestinesi. Questo nomadismo, tra ulivi e muretti, si è trasformato in una libertà di attraversamento di moltissimi confini.
Questo viaggio di dubbi, scoperte, ricerche e rivelazioni, è stato convertito e trattenuto in diretta dal suo autore, attraverso delle lettere agli amici più cari, nel libro: Primavera Breve, edito da Monitor.
Già Arthur Rimbaud scrive: “Je est un autre” e Heidegger sostiene che Essere è un evento, esistere, è essere nel mondo. Francesco Migliaccio domanda al suo lettore, se il pensiero possa evolversi proprio durante una passeggiata e quindi, se anche la scrittura possa camminare.
Facendoci il viaggio uscire dalle nostre abitudini, ci espone all’insolito; in una delle sue ultime lettere, sulla modificazione della percezione, Migliaccio, confida che l’ulivo è forse un espediente per chiedersi ancora cosa sia il tempo racchiuso nello spazio, e quali siano le nostre possibilità di osservarlo. Consapevole che bisogna pensare in grande, con un pensiero creativo e affidarsi a parole nomadi, per poter essere “indipendente dall’accademia”.

Alla fine dei tre mesi in Israele,, Migliaccio ammette che per lui, l’ulivo, possa essere forse un esercizio di formazione spirituale. E proprio in transito da Gerusalemme, la città più mistica al mondo, che le contraddizioni possono emergere e non solo a livello personale. “Ahimè, fratelli, il Dio che io creai era opera e illusione d’uomo, come tutti gli dei”, Nietzsche, aveva previsto la crisi di tutte le tradizioni religiose, sfociate nelle aberrazioni fondamentaliste, non solo islamiche.
Negli ultimi duecento anni, abbiamo voluto e cercato di liberarci del Dio violento, quello dei libri censurati, della natura bellica. La fine della metafisica, ha incalzato Gianni Vattimo, ha dissolto una certa rappresentazione divina, facendo emergere un rapporto più intimo, un dialogo interrogante esistenziale.

“Che ci faccio qui?”, si domanda l’autore e gli sembra di leggerlo negli occhi seri dei contadini palestinesi. La coscienza dell’inadeguatezza, un’alterità che inquieta, sono il sintomo di una nuova rivoluzione antropologica in atto, non solo qui, ma tutta la filosofia del Novecento, nonostante la volontà dei suoi autori di emarginare il soggetto, è testimonianza di questa rinnovata urgenza.
Tutto in Israele è in trasformazione, una lacerazione interna all’economia e alla società civile, l’ebraismo non distingue tra politica e religione, sembra negarsi e affermarsi al tempo stesso, Forse ci è incomprensibile nella sua essenza ed è sempre più difficile capire cosa è giusto, come scrive ai margini delle sue lettere Migliaccio.
E’ nella nostra fragilità, che Dio ci parla, s’inaugura cosi una nuova intimità tra umanità e divino. Non si tratta solo di un’operazione teorica, di pensiero, ma di una possibile mutazione più radicale di un modo di essere nel mondo. “..Quella sera ho pensato che non mi sarebbe importato nulla di nulla – la carriera, il futuro, le scelte di vita – se non di vivere così, in mezzo alle persone”.
Nietzsche stesso non si considerava un filosofo ma un poeta, poiché un testo scritto, è anche un’esperienza misteriosa ed è la rappresentazione del mondo che gli uomini abitano e non il mondo.

Ultimo a destra Francesco Migliaccio alla sua presentazione alla Libreria Popolare di Via Tadino

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